Archivio | settembre, 2012

Quelli che…L’uomo non è mai andato sulla Luna.

17 Set

Ok, se siete arrivati su questo post convinti di leggere dimostrazioni che smentiscono i lunacomplottisti, cioé tutte quelle persone che sostengono di avere prove (pseudo)scientifiche del fatto che le missioni americane che portarono all’arrivo del primo uomo sulla Luna il 20 luglio 1969 e a una serie di esplorazioni del nostro satellite conclusasi nel 1972 non sarebbero mai avvenute, vi invito ad andare qui e qui, dove il bravissimo smascheratore di bufale Paolo Attivissimo demolisce in poche caustiche parole il castello di carte di chi pensa che le missioni lunari siano state tutte una messinscena girata in studio.

Il titolo dell’intervento è solo un pretesto per riflettere sulla strada compiuta dal genere umano…

I sentieri ininterrotti di Homo sapiens.

L’unità e la diversità del genere umano sono scritte nei geni, nei reperti storici antichi, nelle culture, nelle lingue. Nell’evoluzione biologica e in quella culturale. Se alziamo lo sguardo sull’insieme, scopriamo che la storia ha una sua continuità, una filigrana segnata dallo spostamento delle popolazioni umane e dalle loro relazioni, un gruppo fondatore dopo l’altro.

Questa è l’impronta di un Australopithecus afarensis nel sito di Laetoli 3,7 Milioni di anni fa, in Africa, al confine tra Kenya e Tanzania. Siamo nella parte meridionale della piana del Serengeti, si sentono in lontananza i cupi brontolii del vulcano Sadiman in eruzione. 2 individui bipedi di taglia diversa camminano senza fretta. Il grosso maschio e la femmina più minuta sono costantemente uno al fianco dell’altro. Sembra infatti che siano passati di lì nello stesso momento: addirittura rimanendo a contatto fisico, come tenendosi per mano. C’è poi un terzo individuo, ancora più piccolo, probabilmente un immaturo: un cucciolo. E il bambino fa una cosa buffa: cammina quasi saltellando, per mettere i piedini nelle impronte lasciate dal più grande dei 2 adulti. E il gruppo di famiglia prosegue la sua marcia…

L’impronta nella foto è storicamente (ed erroneamente) considerata la prima impronta sulla Luna di Neil Armstrong. Questa foto, numero di catalogo AS11-40-5877, insieme alla sua gemella AS11-40-5878 e a quella con il piede dell’astronauta AS11-40-5880, fu scattata invece decine di minuti dopo il primo passo e mostra in realtà un’impronta di prova pianificata. Inoltre non fu prodotta da Armstrong ma dal suo compagno di escursione lunare Buzz Aldrin. Esiste anche la ripresa a colori del momento in cui Aldrin produce quest’impronta. L’evento è documentato in dettaglio nell’Apollo Lunar Surface Journal.

Di passo in passo.

Dalle orme sulla cenere vulcanica di Laetoli, di 3,75 milioni di anni fa, alle orme di Neil Armstrong sulla Luna del 1969, è stato un lungo cammino. Anche in questo istante, qualcuno in una parte del mondo si sta mettendo in cammino. Fin dai tempi più remoti della storia umana è muovendoci che abbiamo imparato, scoperto, cercato di migliorare le nostre condizioni di vita.

Di passo in passo, la nicchia ecologica della specie umana è diventata la Terra nella sua interezza. Ora il mondo non è più abbastanza vasto per scoprire terre nuove: i nuovi fondatori dovrebbero cercare spazio su altri pianeti. Gli scambi globali di persone e di idee, sempre più fitti, promettono invece di rimescolare ancora le storie della diversità umana. Ogni cultura diventa sempre più multiculturale al proprio interno.

Il potere che la specie umana ha acquisito sull’ambiente naturale, trasformandolo per i propri scopi, ha fatto dell’intero pianeta un ambiente antropizzato, in buona parte artificiale. Non siamo mai stati capaci, però, di prevedere le conseguenze a lungo termine delle nostre scoperte e invenzioni. Più cresce il nostro potere sull’ambiente naturale e umano, più diviene inderogabile contemplare le conseguenze dei nostri interventi e assumere la responsabilità delle nostre azioni.

Le migliaia di culture dell’umanità sono altrettanti tentativi riusciti di abitare un ambiente terrestre e propagare la specie. Ciascuna di queste ha preziosi contributi da portare all’evoluzione dell’umanità nel suo insieme. Una specie africana giovane, inventiva ed espansiva, a partire dalla sua unità ha saputo generare la diversità. Ora proprio dalla storia della diversità può imparare a riscoprire la sua unità.

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Quelli che…21/12/2012 è la fine del mondo!

12 Set

La fine di Gaia non arriverà

la gente si sbaglia, e in fondo che ne sa

è un fuoco di paglia

alla faccia dei Maya e di Cinecittà

– Caparezza –

Il 21 dicembre 2012 è la data del calendario gregoriano nella quale secondo alcune aspettative e profezie che vengono legate soprattutto alla civiltà Maya si dovrebbe verificare un evento, di natura imprecisata e di proporzioni planetarie, capace di produrre una significativa discontinuità storica con il passato: una qualche radicale trasformazione dell’umanità in senso spirituale oppure addirittura la fine del mondo.

Nessuna di queste profezie ha alcun fondamento scientifico e sono state più volte smentite dalla comunità scientifica. Anche la maggioranza degli studiosi della storia dei Maya confuta queste affermazioni.

Anzi, non esiste una “profezia” dei Maya stile Nostradamus. Ma c’è il fatto che il calendario Maya “finisce” proprio il 21 dicembre 2012. Da qui l’ipotesi, fatta dai tanti che hanno trovato un nuovo filone New Age paranormal-misterioso da sfruttare, che in quella data finirà tutto.

Il calendario Maya

I Maya, come altre culture mesoamericane, misuravano il tempo utilizzando un sistema di tre calendari. I giorni erano organizzati attraverso un calendario religioso rituale della durata di 260 giorni (chiamato Tzolk’in), suddiviso in trecene (periodi temporali di 13 giorni) e utilizzato prevalentemente a scopo divinatorio, e un calendario solare di 365 giorni (Haab’), suddiviso in 18 periodi di 20 giorni ciascuno.

I Maya non misuravano gli anni, tuttavia le date di questi due calendari erano combinate tra loro per dare luogo a cicli di 18.980 giorni (~52 anni) per un totale di 52 cicli diversi ricorrenti. Un ulteriore calendario, il cosiddetto Lungo computo, calcolava, invece, il tempo trascorso dalla data della creazione del mondo secondo la mitologia Maya (11 agosto 3114 a.C. nel calendario gregoriano). Questo calendario, a differenza dei precedenti, era progressivo e suddivideva il tempo in cicli non ricorrenti (b’ak’tun) della durata di 144.000 giorni, suddivisi a loro volta, su base vigesimale, in 4 ulteriori sottocicli. Il 20 dicembre 2012 terminerà il 13º b’ak’tun (12.19.19.17.19 nella notazione originale del calendario) a cui farà seguito, il giorno successivo, il 14º b’ak’tun (13.0.0.0.0).

Secondo il Popol Vuh – uno dei principali documenti storici sul corpus mitologico dei Maya – il Lungo computo attuale è solo il quarto in ordine di tempo poiché gli dei avrebbero distrutto le tre precedenti creazioni ritenendole fallimentari. La terza creazione fu distrutta al termine del 13º b’ak’tun (12.19.19.17.19), una data che ricorrerà nuovamente alla fine del 2012. Questa circostanza, assieme ad un riferimento epigrafico sul Monumento 6 di Tortuguero, è alla base del fenomeno New Age che associa un evento di significativa discontinuità storica alla data summenzionata.

Confutazioni degli studiosi

La credenza in catastrofi nel giorno 21 dicembre 2012 o in vicinanza ad esso, è una previsione considerata sbagliata dalla corrente principale degli studiosi degli antichi Maya, eppure è comunemente citata nei mezzi di comunicazione di cultura popolare come il problema del 2012. Proprio nei primi mesi di quest’anno sono state fatte delle scoperte che fanno ancora più luce sulla questione.

In maggio archeologi della Boston University guidati dal professor William Saturno hanno rinvenuto, nella stanza di un tempio scoperto nel complesso archeologico di Xultun, in Guatemala, dipinti che raffigurano figure umane in uniformi nere e cicli lunari e planetari, datati IX secolo dopo Cristo (per approfondimenti qui). Sarebbero dunque più antichi dei Codici Maya, risalenti al periodo compreso fra 1300 e 1500. Le annotazioni sulle pareti sembrano rappresentare i vari cicli del calendario Maya: il calendario cerimoniale di 260 giorni; il calendario solare di 365 giorni; il ciclo di 584 giorni del pianeta Venere e il ciclo di 780 giorni di Marte. Anche in questo caso, non vi è prova di una profezia, ma soltanto della fine di un ciclo. Secondo i ricercatori quella ritrovata potrebbe essere anche la stanza di uno scriba. “Per la prima volta si arriva a vedere quelle che potrebbero essere le annotazioni tenute da uno scriba, il cui compito era quello di essere il custode dei documenti di una comunità Maya” osserva Saturno. Gli archeologi sottolineano che fra gli obiettivi dei custodi del calendario Maya, c’è anche quello di cercare l’armonia tra gli eventi del cielo e i rituali sacri e che anche i dipinti scoperti a Xultun potrebbero essere stati realizzati per scopi analoghi.

Che il 2012 fosse il termine conclusivo di un lungo periodo lo aveva già ribadito a dicembre Sven Gronemeyer de La Trobe University in Australia: la tavoletta ritrovata su un mattone trovato nelle rovine di Comalcalco, vicino Tortuguero, indica la descrizione del ritorno dal cielo della misteriosa divinità Maya della guerra Bolon Yokte. L’era che si chiuderà, secondo le previsioni dei Maya, il prossimo dicembre è quella iniziata 5125 anni fa con l’avvio dell’Età dell’Oro. Bolon Yokte, infatti, è, tra le tante cose, la divinità del cambiamento: secondo lo studioso tedesco, l’antico sovrano Bahlam Ajaw si era limitato ad indicare il passaggio del dio e l’intenzione di accoglierlo nel tempio di Tortuguero.

L’ultima “apparizione” della data risale a giugno, in un testo scoperto nel sito di La Corona in Guatemala, un lungo geroglifico di 1300 anni fa intagliato sui gradini di una scala. “Un testo che parla dell’antica storia politica dei Maya”, ha commentato Marcello Canuto, direttore del Middle American Research Institute della Tulane University e co-direttore degli scavi a La Corona insieme a Tomás Barrientos della Universidad del Valle de Guatemala. La data ci sarebbe, ma più che un riferimento a una catastrofe riguarderebbe la volontà del sovrano Yuknoom Yich’aak K’ahk’ di Calakmul, a pochi mesi dalla sconfitta ricevuta dal rivale Tikal nel 695 a.C., di scongiurare le paure del popolo rimandando a una data piuttosto lontana la fine del suo regno. “Era un momento di grande agitazione politica nella regione Maya e questo re si sentì obbligato a far riferimento ad un ciclo più ampio di tempo che finiva nel 2012”. Dunque la necessità di pensare al 2012 era dovuta a contingenze storiche legate alle vicissitudine di questo re tormentato. “In tempi di crisi, gli antichi Maya hanno usato il loro calendario per promuovere la continuità e la stabilità, piuttosto che prevedere l’apocalisse”, conclude Canuto.

Cosa sapevano i Maya?

“Gran parte della cultura Maya è basata sullo scorrere del tempo e sulla sua ciclicità” spiega Daniele Petrella, dottore di ricerca in Archeologia presso l’Università di Napoli L’Orientale. “Tanto per dirne una, il Tempio di Cuculcàn aveva 365 gradini. Ma la misurazione del tempo di questo popolo non si limitava, come è noto, a un solo calendario. I loro calcoli cronologici, ritrovati in numerosi scritti, sono di difficile traduzione rispetto ai nostri. Schematizzando, possiamo dire che, in base a un complesso calcolo sul lungo computo, ogni 5125 un ciclo si riazzera e ne parte un altro. Il 21 dicembre 2012 non è altro che uno di questi punti, coincidente solitamente con cambiamenti più o meno evidenti dei sistemi naturali e a cui la cultura occidentale associa una fine catastrofica”.

Nascita di una leggenda

Ma se si tratta solo della fine di uno dei tanti cicli cronologici, come (e perché) è nata l’idea che proprio al termine di questo ciclo ci si dovesse preparare alla fine del mondo? “Nella seconda metà degli anni Ottanta – racconta Vincenzo Reda, scrittore appassionato di archeologia e autore del libro “101 Storie Maya che Dovresti Conoscere Prima della Fine del Mondo” – un professore di storia dell’arte del Minnesota, Joseph Anthony Argüelles (scomparso a marzo dello scorso anno) pubblica un libro, Il fattore Maya: lo studioso era rimasto affascinato dal senso circolare del tempo Maya e ha ritrovato nel 21 dicembre 2012 un significato “apocalittico”. Detto questo, c’è da precisare che il giorno è stato ricostruito tramite una correlazione operata con il nostro calendario (relativo, come tutti gli altri calendari esistenti) e anche se c’è grande accordo sulla data non si può parlare di unanimità”. “In ogni caso – spiega ancora Reda – credo che la difficoltà di sfatare questa presunta profezia sia da attribuire alla nostra cultura e al suo bisogno antico di escatologia e di apocalittico. I Maya avevano l’ossessione del tempo: se noi ad ogni giorno associamo un santo, questo popolo vi associava addirittura un dio che, con un pesante fardello, lo trasportava fino al giorno successivo per consegnarlo a un’altra divinità. In sintesi, ciò che accadrà il 21 dicembre sarà, secondo complessi calcoli matematici e astronomici, la fine di un periodo”.

Basta avere ancora qualche mese di pazienza, dunque, e sicuramente tutta la faccenda si risolverà come il Millennium Bug: in un falso allarme.

Quelli che…L’Uomo occupa l’apice dell’evoluzione biologica.

2 Set

Nel 1579 il missionario francescano Didacus Valades ordinò tutti gli organismi viventi in un disegno metaforico che rappresentava una scala a pioli: le forme di vita inferiori in fondo e quelle superiori in cima. Oggigiorno molti credono ancora che l’evoluzione corrisponda al disegno di Valades e che si manifesti in una progressione graduale; come se la natura avesse il preciso scopo di arrivare sempre più in alto, piolo dopo piolo, dagli organismi più semplici ai più complessi, fino a raggiungere l’ultimo gradino dell’evoluzione: l’uomo, trionfalmente in piedi sul piolo più alto. Si pensa che la corsa verso la perfezione, ovvero verso l’uomo, sia parte del naturale processo evolutivo.

The Great Chain of Being from "Retorica Christiana" di Didacus Valades, 1579

The Great Chain of Being from “Retorica Christiana” di Didacus Valades, 1579

La credenza che l’evoluzione, o qualsiasi altro processo naturale, abbia un fine ultimo o uno scopo è detta teleologia, ma tale teoria non è ancora supportata da prove. Non è stata rintracciata con certezza alcuna pressione che spinge l’evoluzione delle specie verso l’alto della scala, verso l’ultimo stadio, sia esso l’uomo o un’altra specie.

Nuovi e migliori?

Se l’evoluzione fosse una corsa verso l’alto, si potrebbe pensare che le specie più recenti siano “più evolute” o meglio adattate all’ambiente delle specie con una storia più antica. Possiamo certamente affermare che le specie più recenti hanno un valore di fitness più elevato di quelle più vecchie, e che questo può considerarsi un progresso, ma sarebbe un errore assumere che il maggiore adattamento di una specie dipenda soltanto dalla sua più giovane età.

Classica scala temporale relativa alla comparsa di forme di vita

Se la Terra venisse colpita da un asteroide, simile a quello che si suppone abbia causato l’estinzione dei dinosauri e di oltre metà delle specie viventi 65 milioni di anni fa, la sopravvivenza di ogni essere vivente sarebbe messa a dura prova.

Catastrofi a parte, l’elemento fondamentale al momento della resa dei conti è il livello di adattamento dei membri della specie al proprio ambiente selettivo. Se l’habitat subisce cambiamenti significativi (sbalzi di temperatura, cambiamenti atmosferici o climatici, diversa disponibilità di cibo e acqua, nuovi predatori e così via), non possiamo assumere che una specie più recente abbia necessariamente migliori capacità di adattamento alle nuove condizioni ambientali rispetto a una specie precedente.

Le definizioni più in alto e più in basso creano ancora più confusione nella comprensione del processo evolutivo, poiché indicano semplicemente il punto di arrivo di una specie all’interno dell’albero filogenetico: una specie più antica si troverà più in basso, mentre una specie più recente sarà più in alto, ma la posizione non corrisponde al livello di adattamento all’interno del proprio ambiente selettivo.

Complessità

Anche il significato del termine complessità è facile da fraintendere. Oggigiorno gli organismi viventi sono in media più complessi dei loro antenati di milioni di anni fa. Tra le prime forme di vita vi erano semplici batteri, e la loro linea evolutiva e di adattamento poteva seguire unicamente la direzione della complessità, poiché non possono esistere organismi più semplici dei batteri stessi. La selezione naturale ha ovviamente contribuito ai complessi cambiamenti evolutivi nel corso delle generazioni, dagli organismi unicellulari alle piante, e agli animali più semplici, fino a pesci, rettili, anfibi, uccelli e infine ai mammiferi. Sembrerebbe a questo punto logico credere che l’aumento complessivo del livello di complessità sia parte integrante del processo evolutivo per tutti gli esseri viventi, ma non è così.

Gli unici fattori che costituiscono un vantaggio sono il livello di adattamento degli organismi al loro habitat e la capacità di adattarsi ai frequenti cambiamenti ambientali. Gli esseri viventi acquisiranno solamente quei cambiamenti evolutivi che rappresentano un beneficio per la specie ed è interessante notare come la linea evolutiva di alcune specie le abbia rese progressivamente meno complesse. (esempi qui e qui).

Progressi nell’evoluzione

Gli adattamenti graduali e vantaggiosi che hanno luogo all’interno di una determinata popolazione di organismi possono sommarsi, migliorandone lo stile di vita, e possono essere interpretati come un progresso evolutivo. Per esempio, la relazione di continua evoluzione tra predatore e preda è detta corsa evolutiva agli armamenti. All’interno di questa lotta, che coinvolge centinaia o addirittura migliaia di generazioni, sia i cacciatori che le prede evolvono in modo progressivo. Una pur minima variazione evolutiva, se costituisce un vantaggio per la specie, viene trasmessa alla discendenza e si diffonde all’interno dell’intera popolazione. Molte di queste lotte sono perdurate nel tempo, con l’affinamento delle capacità di fuga da parte delle prede, e dell’abilità di caccia da parte dei predatori. Si viene quindi a creare una sorta di circolo: le specie che non sono in grado di mantenere il ritmo evolutivo dell’avversario vengono predate oppure muoiono di fame, mentre le specie che sopravvivono sono quell che hanno un migliore adattamento alle nuove condizioni ambientali. Questo schema di progresso, che mantiene un equilibrio tra le armi dei due schieramenti, è detto Red Queen Effect, la legge della Regina di Cuori.

Nella lunga storia dell’evoluzione, hanno avuto luogo numerose innovazioni che hanno migliorato le capacità di adattamento degli organismi. Questi miglioramenti non erano però inevitabili, non dovevano verificarsi per forza e i cambiamenti progressivi non sono parte di alcun progetto, non sono prevedibili. Inoltre, non possono comportare sempre un vantaggio nell’arco di miliardi di anni. Quindi parlare di progresso ha senso quando i mutamenti graduali si considerano limitatamente a una determinata linea evolutiva e per un periodo temporale lungo, ma definito, senza prendere come riferimento l’intera storia dell’evoluzione, o l’evoluzione di tutti gli organismi viventi.

A misura d’uomo

Non bisogna cedere alla tentazione di misurare tutte le forme di progresso in relazione a quei cambiamenti che hanno determinato miglioramenti sull’evoluzione degli esseri umani. Un cervello più grande, la posizione eretta, il pollice opponibile, l’attenzione per la prole, le capacità di linguaggio e la cultura corrispondono a progressivi adattamenti nella linea evolutiva umana, ma per valutare il progresso delle altre specie è necessario adottare criteri specifici, e l’evoluzione umana non è il metro di misura per valutare gli adattamenti innovativi delle altre specie.

Si pensa che gli uomini siano la specie più intelligente della Terra, ma questa situazione non era inevitabile e le cose avrebbero potuto prendere un’altra direzione. Vi sono molti “se” nella storia dell’evoluzione di ogni specie: se alcune variazioni non si fossero verificate, se le pressioni selettive e l’ambiente fossero stati differenti, se ci fossero state più o meno catastrofi naturali, la Terra sarebbe sicuramente un pianeta diverso. Anche se gli umani sembrano essere la specie più intelligente della Terra, è solamente un caso e non il risultato di un piano accuratamente studiato.

Immagine tratta dalla pagina 36 del Taccuino B di Darwin (on Transmutation of Species, scritto nel 1837-1838)

L’immagine della Scala della Natura, o la Grande Catena dell’Essere, suggerisce che l’evoluzione persegue un obiettivo ben preciso, spesso identificato con l’uomo. Ma abbiamo visto che in realtà non è così: non vi è alcun intento o fine ultimo nella replicazione, nella variazione, nella selezione né in qualsiasi altro meccanismo evolutivo. Nonostante si siano registrati dei miglioramenti nelle varie linee evolutive e sia possibile riconoscere questa complessità nel corso del tempo, il grande disegno dell’evoluzione è forse meglio rappresentato dall’immagine di un cespuglio. A differenza della scala o della catena, un cespuglio si sviluppa in varie direzioni (alto, basso, sinistra, destra, nel mezzo) e nuovi rami possono spuntare dai vecchi, ma non per questo i rami più lontani dal tronco sono più perfetti o meglio adattati all’ambiente di quelli più vicini al corpo centrale.

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