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Quelli che…L’uomo non è mai andato sulla Luna.

17 Set

Ok, se siete arrivati su questo post convinti di leggere dimostrazioni che smentiscono i lunacomplottisti, cioé tutte quelle persone che sostengono di avere prove (pseudo)scientifiche del fatto che le missioni americane che portarono all’arrivo del primo uomo sulla Luna il 20 luglio 1969 e a una serie di esplorazioni del nostro satellite conclusasi nel 1972 non sarebbero mai avvenute, vi invito ad andare qui e qui, dove il bravissimo smascheratore di bufale Paolo Attivissimo demolisce in poche caustiche parole il castello di carte di chi pensa che le missioni lunari siano state tutte una messinscena girata in studio.

Il titolo dell’intervento è solo un pretesto per riflettere sulla strada compiuta dal genere umano…

I sentieri ininterrotti di Homo sapiens.

L’unità e la diversità del genere umano sono scritte nei geni, nei reperti storici antichi, nelle culture, nelle lingue. Nell’evoluzione biologica e in quella culturale. Se alziamo lo sguardo sull’insieme, scopriamo che la storia ha una sua continuità, una filigrana segnata dallo spostamento delle popolazioni umane e dalle loro relazioni, un gruppo fondatore dopo l’altro.

Questa è l’impronta di un Australopithecus afarensis nel sito di Laetoli 3,7 Milioni di anni fa, in Africa, al confine tra Kenya e Tanzania. Siamo nella parte meridionale della piana del Serengeti, si sentono in lontananza i cupi brontolii del vulcano Sadiman in eruzione. 2 individui bipedi di taglia diversa camminano senza fretta. Il grosso maschio e la femmina più minuta sono costantemente uno al fianco dell’altro. Sembra infatti che siano passati di lì nello stesso momento: addirittura rimanendo a contatto fisico, come tenendosi per mano. C’è poi un terzo individuo, ancora più piccolo, probabilmente un immaturo: un cucciolo. E il bambino fa una cosa buffa: cammina quasi saltellando, per mettere i piedini nelle impronte lasciate dal più grande dei 2 adulti. E il gruppo di famiglia prosegue la sua marcia…

L’impronta nella foto è storicamente (ed erroneamente) considerata la prima impronta sulla Luna di Neil Armstrong. Questa foto, numero di catalogo AS11-40-5877, insieme alla sua gemella AS11-40-5878 e a quella con il piede dell’astronauta AS11-40-5880, fu scattata invece decine di minuti dopo il primo passo e mostra in realtà un’impronta di prova pianificata. Inoltre non fu prodotta da Armstrong ma dal suo compagno di escursione lunare Buzz Aldrin. Esiste anche la ripresa a colori del momento in cui Aldrin produce quest’impronta. L’evento è documentato in dettaglio nell’Apollo Lunar Surface Journal.

Di passo in passo.

Dalle orme sulla cenere vulcanica di Laetoli, di 3,75 milioni di anni fa, alle orme di Neil Armstrong sulla Luna del 1969, è stato un lungo cammino. Anche in questo istante, qualcuno in una parte del mondo si sta mettendo in cammino. Fin dai tempi più remoti della storia umana è muovendoci che abbiamo imparato, scoperto, cercato di migliorare le nostre condizioni di vita.

Di passo in passo, la nicchia ecologica della specie umana è diventata la Terra nella sua interezza. Ora il mondo non è più abbastanza vasto per scoprire terre nuove: i nuovi fondatori dovrebbero cercare spazio su altri pianeti. Gli scambi globali di persone e di idee, sempre più fitti, promettono invece di rimescolare ancora le storie della diversità umana. Ogni cultura diventa sempre più multiculturale al proprio interno.

Il potere che la specie umana ha acquisito sull’ambiente naturale, trasformandolo per i propri scopi, ha fatto dell’intero pianeta un ambiente antropizzato, in buona parte artificiale. Non siamo mai stati capaci, però, di prevedere le conseguenze a lungo termine delle nostre scoperte e invenzioni. Più cresce il nostro potere sull’ambiente naturale e umano, più diviene inderogabile contemplare le conseguenze dei nostri interventi e assumere la responsabilità delle nostre azioni.

Le migliaia di culture dell’umanità sono altrettanti tentativi riusciti di abitare un ambiente terrestre e propagare la specie. Ciascuna di queste ha preziosi contributi da portare all’evoluzione dell’umanità nel suo insieme. Una specie africana giovane, inventiva ed espansiva, a partire dalla sua unità ha saputo generare la diversità. Ora proprio dalla storia della diversità può imparare a riscoprire la sua unità.

Quelli che…L’Uomo occupa l’apice dell’evoluzione biologica.

2 Set

Nel 1579 il missionario francescano Didacus Valades ordinò tutti gli organismi viventi in un disegno metaforico che rappresentava una scala a pioli: le forme di vita inferiori in fondo e quelle superiori in cima. Oggigiorno molti credono ancora che l’evoluzione corrisponda al disegno di Valades e che si manifesti in una progressione graduale; come se la natura avesse il preciso scopo di arrivare sempre più in alto, piolo dopo piolo, dagli organismi più semplici ai più complessi, fino a raggiungere l’ultimo gradino dell’evoluzione: l’uomo, trionfalmente in piedi sul piolo più alto. Si pensa che la corsa verso la perfezione, ovvero verso l’uomo, sia parte del naturale processo evolutivo.

The Great Chain of Being from "Retorica Christiana" di Didacus Valades, 1579

The Great Chain of Being from “Retorica Christiana” di Didacus Valades, 1579

La credenza che l’evoluzione, o qualsiasi altro processo naturale, abbia un fine ultimo o uno scopo è detta teleologia, ma tale teoria non è ancora supportata da prove. Non è stata rintracciata con certezza alcuna pressione che spinge l’evoluzione delle specie verso l’alto della scala, verso l’ultimo stadio, sia esso l’uomo o un’altra specie.

Nuovi e migliori?

Se l’evoluzione fosse una corsa verso l’alto, si potrebbe pensare che le specie più recenti siano “più evolute” o meglio adattate all’ambiente delle specie con una storia più antica. Possiamo certamente affermare che le specie più recenti hanno un valore di fitness più elevato di quelle più vecchie, e che questo può considerarsi un progresso, ma sarebbe un errore assumere che il maggiore adattamento di una specie dipenda soltanto dalla sua più giovane età.

Classica scala temporale relativa alla comparsa di forme di vita

Se la Terra venisse colpita da un asteroide, simile a quello che si suppone abbia causato l’estinzione dei dinosauri e di oltre metà delle specie viventi 65 milioni di anni fa, la sopravvivenza di ogni essere vivente sarebbe messa a dura prova.

Catastrofi a parte, l’elemento fondamentale al momento della resa dei conti è il livello di adattamento dei membri della specie al proprio ambiente selettivo. Se l’habitat subisce cambiamenti significativi (sbalzi di temperatura, cambiamenti atmosferici o climatici, diversa disponibilità di cibo e acqua, nuovi predatori e così via), non possiamo assumere che una specie più recente abbia necessariamente migliori capacità di adattamento alle nuove condizioni ambientali rispetto a una specie precedente.

Le definizioni più in alto e più in basso creano ancora più confusione nella comprensione del processo evolutivo, poiché indicano semplicemente il punto di arrivo di una specie all’interno dell’albero filogenetico: una specie più antica si troverà più in basso, mentre una specie più recente sarà più in alto, ma la posizione non corrisponde al livello di adattamento all’interno del proprio ambiente selettivo.

Complessità

Anche il significato del termine complessità è facile da fraintendere. Oggigiorno gli organismi viventi sono in media più complessi dei loro antenati di milioni di anni fa. Tra le prime forme di vita vi erano semplici batteri, e la loro linea evolutiva e di adattamento poteva seguire unicamente la direzione della complessità, poiché non possono esistere organismi più semplici dei batteri stessi. La selezione naturale ha ovviamente contribuito ai complessi cambiamenti evolutivi nel corso delle generazioni, dagli organismi unicellulari alle piante, e agli animali più semplici, fino a pesci, rettili, anfibi, uccelli e infine ai mammiferi. Sembrerebbe a questo punto logico credere che l’aumento complessivo del livello di complessità sia parte integrante del processo evolutivo per tutti gli esseri viventi, ma non è così.

Gli unici fattori che costituiscono un vantaggio sono il livello di adattamento degli organismi al loro habitat e la capacità di adattarsi ai frequenti cambiamenti ambientali. Gli esseri viventi acquisiranno solamente quei cambiamenti evolutivi che rappresentano un beneficio per la specie ed è interessante notare come la linea evolutiva di alcune specie le abbia rese progressivamente meno complesse. (esempi qui e qui).

Progressi nell’evoluzione

Gli adattamenti graduali e vantaggiosi che hanno luogo all’interno di una determinata popolazione di organismi possono sommarsi, migliorandone lo stile di vita, e possono essere interpretati come un progresso evolutivo. Per esempio, la relazione di continua evoluzione tra predatore e preda è detta corsa evolutiva agli armamenti. All’interno di questa lotta, che coinvolge centinaia o addirittura migliaia di generazioni, sia i cacciatori che le prede evolvono in modo progressivo. Una pur minima variazione evolutiva, se costituisce un vantaggio per la specie, viene trasmessa alla discendenza e si diffonde all’interno dell’intera popolazione. Molte di queste lotte sono perdurate nel tempo, con l’affinamento delle capacità di fuga da parte delle prede, e dell’abilità di caccia da parte dei predatori. Si viene quindi a creare una sorta di circolo: le specie che non sono in grado di mantenere il ritmo evolutivo dell’avversario vengono predate oppure muoiono di fame, mentre le specie che sopravvivono sono quell che hanno un migliore adattamento alle nuove condizioni ambientali. Questo schema di progresso, che mantiene un equilibrio tra le armi dei due schieramenti, è detto Red Queen Effect, la legge della Regina di Cuori.

Nella lunga storia dell’evoluzione, hanno avuto luogo numerose innovazioni che hanno migliorato le capacità di adattamento degli organismi. Questi miglioramenti non erano però inevitabili, non dovevano verificarsi per forza e i cambiamenti progressivi non sono parte di alcun progetto, non sono prevedibili. Inoltre, non possono comportare sempre un vantaggio nell’arco di miliardi di anni. Quindi parlare di progresso ha senso quando i mutamenti graduali si considerano limitatamente a una determinata linea evolutiva e per un periodo temporale lungo, ma definito, senza prendere come riferimento l’intera storia dell’evoluzione, o l’evoluzione di tutti gli organismi viventi.

A misura d’uomo

Non bisogna cedere alla tentazione di misurare tutte le forme di progresso in relazione a quei cambiamenti che hanno determinato miglioramenti sull’evoluzione degli esseri umani. Un cervello più grande, la posizione eretta, il pollice opponibile, l’attenzione per la prole, le capacità di linguaggio e la cultura corrispondono a progressivi adattamenti nella linea evolutiva umana, ma per valutare il progresso delle altre specie è necessario adottare criteri specifici, e l’evoluzione umana non è il metro di misura per valutare gli adattamenti innovativi delle altre specie.

Si pensa che gli uomini siano la specie più intelligente della Terra, ma questa situazione non era inevitabile e le cose avrebbero potuto prendere un’altra direzione. Vi sono molti “se” nella storia dell’evoluzione di ogni specie: se alcune variazioni non si fossero verificate, se le pressioni selettive e l’ambiente fossero stati differenti, se ci fossero state più o meno catastrofi naturali, la Terra sarebbe sicuramente un pianeta diverso. Anche se gli umani sembrano essere la specie più intelligente della Terra, è solamente un caso e non il risultato di un piano accuratamente studiato.

Immagine tratta dalla pagina 36 del Taccuino B di Darwin (on Transmutation of Species, scritto nel 1837-1838)

L’immagine della Scala della Natura, o la Grande Catena dell’Essere, suggerisce che l’evoluzione persegue un obiettivo ben preciso, spesso identificato con l’uomo. Ma abbiamo visto che in realtà non è così: non vi è alcun intento o fine ultimo nella replicazione, nella variazione, nella selezione né in qualsiasi altro meccanismo evolutivo. Nonostante si siano registrati dei miglioramenti nelle varie linee evolutive e sia possibile riconoscere questa complessità nel corso del tempo, il grande disegno dell’evoluzione è forse meglio rappresentato dall’immagine di un cespuglio. A differenza della scala o della catena, un cespuglio si sviluppa in varie direzioni (alto, basso, sinistra, destra, nel mezzo) e nuovi rami possono spuntare dai vecchi, ma non per questo i rami più lontani dal tronco sono più perfetti o meglio adattati all’ambiente di quelli più vicini al corpo centrale.

Quelli che…I dinosauri si sono estinti (tutti).

15 Ago

Immagino una conferenza affollata. Io che salgo sul palco con un dinosauro al guinzaglio, poco più grande di un pollo. Quel giorno, indicando la creatura, chiederò ai presenti se qualcuno abbia idea di che cosa sia. Il dinosauro, o pollosauro, sarebbe subito riconosciuto dagli studenti più bravi e diverrebbe l’oggetto di una straordinaria lezione sull’evoluzione“.  Jack Horner, paleontologo

Hanno ossa leggere e cave all’interno, e queste cavità contengono prolungamenti dell’apparato respiratorio, le sacche aeree, che non solo alleggeriscono il corpo, ma permettono di immagazzinare una maggiore quantità di aria, e quindi di ossigeno. Hanno lo sterno ingrandito a dismisura per permettere l’inserzione dei potenti muscoli che servono a battere le ali. Nell’arto anteriore gli ossicini del polso si sono fusi con quelli della mano formando il carpometacarpo, e le dita si sono ridotte. Il cinto pelvico è irrobustito, andando a comprendere anche alcune vertebre dorsali nel sinsacro; le stesse vertebre si sono ridotte di numero, soprattutto nella coda, dove quelle più distali si sono fuse nel pigostilo. Le ossa della caviglia e del piede si sono fuse in un tarsometatarso, con il primo dito ribaltato. Infine, l’intero corpo è ricoperto da piume con funzione isolante, e da penne che servono sia come copertura sia per il volo.

La maggior parte delle persone, leggendo questa descrizione, avranno capito di quale gruppo animale stiamo parlando. In effetti, l’anatomia degli uccelli è così peculiare che per molto tempo ai naturalisti è bastato trovare un osso o una penna per stabilire inequivocabilmente che il loro proprietario originale fosse un uccello.

Fino a quando arrivò lui…

Un giorno del 1861, in una località della Baviera chiamata Solnhofen emerse dalle lastre calcaree estratte nelle cave locali lo scheletro di una creatura vissuta alla fine del Giurassico, più di 150 milioni di anni fa. Il fossile somigliava in tutto e per tutto a un dinosauro: aveva zampe anteriori con tre dita artigliate, una bocca irta di denti e una lunga coda ossuta. Ciò che però sconcertò gli scopritori fu l’impronta che circondava lo  scheletro: nel finissimo calcare giurassico si era infatti conservata la traccia di lunghe penne che spuntavano dalle braccia e dalla coda, identiche alla singola penna fossile ritrovata solo l’anno prima nella stessa località e attribuita a un animale battezzato Archaeopteryx lithographica, “antica ala della pietra litografica”. L’Archaeopteryx è un fossile estremamente importante: non solo ha fornito un punto di partenza per l’indagine sull’origine degli uccelli, ma ha anche costituito la prova concreta che la teoria di Darwin sull’evoluzione, pubblicata poco tempo prima nel suo saggio  “L’origine delle specie”, aveva un fondamento, tanto che i detrattori della teoria additarono Archaeopteryx come un falso creato ad hoc a sostegno di Darwin.

Il più antico uccello (scoperto).

Archaeopteryx viene considerato il più antico rappresentante del gruppo denominato Avialae. Quello che è rimasto oscuro per molti decenni dopo la scoperta di  Archaeopteyx non è tanto in cosa si stesse evolvendo, quanto da dove arrivasse, cioè da quale animale si sia evoluto. Sono state avanzate numerose teorie in proposito: alcuni sostenevano che fosse un parente stretto dei coccodrilli, altri che fosse un “cugino” degli pterosauri, altri ancora che fosse un dinosauro le cui squame si erano evolute in penne. Quest’ultima ipotesi è sempre stata quella più in voga, ma mancavano le prove concrete, qualcosa che confermasse una volta per tutte la validità della teoria.

Dalla Cina la risposta.

La risposta è finalmente giunta negli anni Novanta, quando i paleontologi ebbero modo di studiare alcuni scheletri fossili rinvenuti in Cina, nella regione di Liaoning. Questi fossili sono conservati in sedimenti della Formazione Yixian e vengono datati a circa 120 milioni di anni fa, nel Cretaceo Inferiore; sono chiaramente dei dinosauri, ma come Archaeopteryx possiedono delle piume la cui morfologia spazia da quelle filamentose di Sinosauropteryx a quelle sviluppate e coerenti di Caudipteryx, fino al Microraptor con lunghe penne addirittura sugli arti posteriori. Questi straordinari ritrovamenti hanno dimostrato che le penne erano già presenti nei dinosauri, provando una volta per tutte che gli uccelli derivano proprio da essi, e in particolare dai bipedi carnivori del gruppo dei Teropodi. A ciò vanno aggiunti alcuni resti straordinari che testimoniano da parte dei dinosauri esempi di comportamento molto simili a quelli degli uccelli: fra questi, un Oviraptor morto accovacciato sulle sue uova mentre le stava presumibilmente covando (si è capito che erano sue  dagli embrioni rinvenuti in alcune di esse), e il troodontide cinese Mei long, il cui scheletro è acciambellato con la testa sotto una zampa anteriore, proprio come gli uccelli quando dormono. E’ quindi probabile che anche alcuni comportamenti degli uccelli odierni siano un retaggio dei loro antenati dinosauri.

Ma allora i dinosauri volavano?

Paradossalmente, i fossili di Liaoning hanno svelato un mistero ma ne hanno sollevato un altro: se le penne erano già presenti nei dinosauri, che chiaramente non volavano, a cosa servivano? Anche qui le ipotesi si sono sprecate, e fra le varie proposte vi sono l’isolamento termico: molto probabilmente i Teropodi erano predatori endotermi, o un po’ impropriamente “a sangue caldo”, per cui avevano bisogno di trattenere il calore corporeo. Oppure la comunicazione tra individui: penne molto colorate potevano aiutare i dinosauri a riconoscere i membri della loro specie. O ancora come un cosiddetto display sessuale: i maschi avrebbero ostentato un piumaggio vistoso nel tentativo di far colpo sulle femmine.

C’è da dire che nelle diverse famiglie di Teropodi le piume presentano caratteristiche diverse, che guarda caso corrisponderebbero grossomodo alla posizione nel cladogramma, ossia l’”albero genealogico” dei dinosauri.

Nelle famiglie più antiche si trattava di piume filamentose, dapprima con un solo “ciuffo” e poi con più d’uno; in famiglie successive si è sviluppato l’asse centrale (il rachide) con il vessillo, dato dai rami laterali o barbe, a loro volta ramificate nelle barbule; in famiglie ancora più derivate si sviluppano uncini sulle barbule che conferiscono coerenza al vessillo; infine, il vessillo diverrà asimmetrico e idoneo a consentire il volo: è una condizione che troviamo solo negli Avialae e nei Deinonychosauria. Appare perciò evidente che le penne dei dinosauri sono state impiegate solo in un secondo momento come supporto per il volo; ciò è accaduto con la comparsa delle penne asimmetriche, il cui profilo crea quell’effetto aerodinamico, detto di portanza, tale da ricevere la spinta verso l’alto fondamentale per staccarsi da terra.

Per conoscere la strada che da Archaeopteryx conduce agli uccelli odierni vedete qui.

Per approfondimenti sull’origine degli uccelli cliccate qui.

In conclusione, abbiamo visto come la discendenza degli uccelli dai dinosauri, fino a pochi anni fa ancora permeata dal dubbio, sia ormai considerata un dato di fatto.
La prossima volta che nel piatto troviamo un pollo arrosto, quindi, ricordiamoci che stiamo mangiando la coscia di un dinosauro!

Quelli che…L’Uomo discende dalle Scimmie.

5 Ago

“Esistono 193 specie viventi di scimmie con coda e senza coda; di queste, 192 sono coperte di pelo. L’eccezione è costituita da uno scimmione nudo che si è auto-chiamato Homo sapiens.”  Desmond Morris, zoologo.

Fraintendimenti storici.

È l’estate del 1860, a Oxford (Inghilterra), e il libro di Darwin L’origine delle specie è stato pubblicato da soli sette mesi. Oltre 500 persone tra uomini e donne, in sobri ed eleganti abiti estivi, si sono riuniti alla British Association per assistere a un incontro sulle ultime scoperte scientifiche. Dal podio dell’oratore parla il vescovo Samuel Wilberforce, che spiega i princìpi del darwinismo, l’azzardata teoria secondo la quale gli uomini non sono una creazione divina, ma l’evoluzione di animali. L’enfasi nella voce di Wilberforce cresce quando domanda ai suoi ascoltatori se “discendono dalle scimmie per parte materna o paterna”.

È l’estate del 2004, a Dover (Pennsylvania, USA) un membro scontento del consiglio scolastico di una scuola pubblica, guidato dallo spirito di protesta, sostenne che bisognava escludere l’insegnamento dell’evoluzione dai programmi scolastici poiché insegna che “gli uomini discendono dalle scimmie e dagli scimpanzé”.

A Oxford come a Dover, non è stato messo in luce alcun reale difetto della teoria dell’evoluzione e non è stata apportata alcuna prova per smentire la relazione tra uomini e primati. In entrambi i casi l’evoluzione viene presentata in modo errato e criticata sulle basi di una reazione puramente emotiva alle implicazioni a essa collegate. Per valutare il mito che “gli uomini discendono dalle scimmie”, bisogna innanzitutto definire la reale posizione dell’evoluzione rispetto ai legami esistenti tra l’uomo e le altre specie viventi.

Un po’ di sistematica.

Gli uomini sono animali. Gli uomini hanno un passato evolutivo. Per individuare sia la posizione attuale che quella passata della specie umana nel mondo degli esseri viventi, è sufficiente iniziare classificando le diverse forme di vita: a quali gli uomini sono più simili e da quali invece differiscono?

Tutti gli esseri umani sono dei Vertebrati, infatti come tutti i vertebrati abbiamo una spina dorsale. Gli esseri umani sono mammiferi, infatti come tutti i mammiferi abbiamo peli o capelli, ghiandole che producono latte e tre ossa separate nella parte media dell’orecchio. Gli esseri umani sono primati, infatti come tutti i primati abbiamo unghie alle dita delle mani e dei piedi, un pollice opponibile e quattro incisivi nella mascella superiore e quattro in quella inferiore (mandibola). Gli esseri umani sono apes (scimmie antropomorfe), infatti come tutte le antropomorfe non abbiamo coda, le scapole sono poste sul dorso e non lateralmente e abbiamo un modello a Y dei solchi sulla superficie masticatoria dei molari.

L’ordine dei Primati si suddivide in due sub-ordini, le Proscimmie e le Scimmie o Antropoidi (Anthropoidea). Le Proscimmie comprendono i lemuri, i loris e i tarsi suddivisi a loro volta in numerose famiglie. Le Scimmie si suddividono in due infra-ordini, Platyrrhini o Scimmie del Nuovo Mondo, caratterizzate dal setto nasale largo e narici laterali divergenti, e Catarrhini o Scimmie del Vecchio Continente, caratterizzate da setto nasale stretto. Le Scimmie catarrine comprendono due superfamiglie, Cercopithecoidea, scimmie quadrupedi e con coda, ed Hominoidea, quest’ultima comprendente tre famiglie, Hylobatidae (i gibboni, il siamang ed altre specie che vivono nell’arcipelago indonesiano, nella penisola malese e in Indocina), Pongidae e Hominidae. I Pongidi, ovvero le grandi scimmie antropomorfe (great apes), comprendono l’orango (Pongo pygmaeus), che vive nelle foreste di Sumatra e del Borneo; il gorilla (Gorilla gorilla), lo scimpanzé (Pan troglodytes, lo scimpanzè di taglia maggiore, e Pan paniscus, lo scimpanzè pigmeo o bonobo, che alcuni considerano una specie distinta). Il gorilla e le diverse specie di scimpanzé abitano le foreste vergini dell’Africa equatoriale. Gli Ominidi sono rappresentati da un’unica specie vivente, Homo sapiens.

Da che parte è la ragione?

Il nostro viaggio attraverso il Mondo degli Animali ci ha portato sino alle basi della controversa e molto dibattuta affermazione che “gli uomini discendono dalle scimmie”. Da che parte è dunque la ragione?

Una semplice analisi delle caratteristiche degli esseri viventi dimostra chiaramente, come abbiamo visto, che gli uomini sono mammiferi e, tra questi, sono primati. È quindi possibile confutare le critiche di chi sostiene che credere nell’evoluzione significhi riportare l’uomo al mondo dei primati, perché in realtà l’uomo già appartiene a quel mondo.

In realtà l’uomo non può derivare da un animale che gli è contemporaneo, così come uno di noi non può essere figlio della propria cugina. Darwin affermò semplicemente che uomo e scimmia dovevano aver avuto, in un tempo non molto lontano, antenati comuni, così come due cugini hanno dei nonni o dei bisnonni in comune. Andando molto indietro nel tempo, si arriverebbe a quei pochi organismi primordiali che sono stati gli antenati di tutte le forme viventi attualmente presenti sulla Terra.

Si sente dire anche: “lo scimpanzé, antenato più prossimo […]“. La frase messa così è infatti sbagliata. Gli antenati più prossimi della nostra specie (Homo sapiens) non sono le scimmie moderne antropomorfe, ma ominidi ora estinti. Con le scimmie antropomorfe moderne noi intratteniamo una parentela alla lontana. Loro non sono nostri antenati e noi non siamo loro discendenti. Siamo cugini, il che significa che abbiamo nonni e bisnonni in comune.

Quindi affermare che l’uomo discende dalla scimmia, come spesso si sente dire, è un errore grossolano e gravissimo che commettono coloro che ignorano i dettagli di quell’importante conquista del genere umano che è la teoria dell’evoluzione. Le scimmie e l’uomo  (nonostante condividano gran parte del corredo genetico) appartengono infatti a due rami evolutivi diversi (e separati) con un antenato comune che oggi non esiste più in quanto tale.

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