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Quelli che…L’Uomo occupa l’apice dell’evoluzione biologica.

2 Set

Nel 1579 il missionario francescano Didacus Valades ordinò tutti gli organismi viventi in un disegno metaforico che rappresentava una scala a pioli: le forme di vita inferiori in fondo e quelle superiori in cima. Oggigiorno molti credono ancora che l’evoluzione corrisponda al disegno di Valades e che si manifesti in una progressione graduale; come se la natura avesse il preciso scopo di arrivare sempre più in alto, piolo dopo piolo, dagli organismi più semplici ai più complessi, fino a raggiungere l’ultimo gradino dell’evoluzione: l’uomo, trionfalmente in piedi sul piolo più alto. Si pensa che la corsa verso la perfezione, ovvero verso l’uomo, sia parte del naturale processo evolutivo.

The Great Chain of Being from "Retorica Christiana" di Didacus Valades, 1579

The Great Chain of Being from “Retorica Christiana” di Didacus Valades, 1579

La credenza che l’evoluzione, o qualsiasi altro processo naturale, abbia un fine ultimo o uno scopo è detta teleologia, ma tale teoria non è ancora supportata da prove. Non è stata rintracciata con certezza alcuna pressione che spinge l’evoluzione delle specie verso l’alto della scala, verso l’ultimo stadio, sia esso l’uomo o un’altra specie.

Nuovi e migliori?

Se l’evoluzione fosse una corsa verso l’alto, si potrebbe pensare che le specie più recenti siano “più evolute” o meglio adattate all’ambiente delle specie con una storia più antica. Possiamo certamente affermare che le specie più recenti hanno un valore di fitness più elevato di quelle più vecchie, e che questo può considerarsi un progresso, ma sarebbe un errore assumere che il maggiore adattamento di una specie dipenda soltanto dalla sua più giovane età.

Classica scala temporale relativa alla comparsa di forme di vita

Se la Terra venisse colpita da un asteroide, simile a quello che si suppone abbia causato l’estinzione dei dinosauri e di oltre metà delle specie viventi 65 milioni di anni fa, la sopravvivenza di ogni essere vivente sarebbe messa a dura prova.

Catastrofi a parte, l’elemento fondamentale al momento della resa dei conti è il livello di adattamento dei membri della specie al proprio ambiente selettivo. Se l’habitat subisce cambiamenti significativi (sbalzi di temperatura, cambiamenti atmosferici o climatici, diversa disponibilità di cibo e acqua, nuovi predatori e così via), non possiamo assumere che una specie più recente abbia necessariamente migliori capacità di adattamento alle nuove condizioni ambientali rispetto a una specie precedente.

Le definizioni più in alto e più in basso creano ancora più confusione nella comprensione del processo evolutivo, poiché indicano semplicemente il punto di arrivo di una specie all’interno dell’albero filogenetico: una specie più antica si troverà più in basso, mentre una specie più recente sarà più in alto, ma la posizione non corrisponde al livello di adattamento all’interno del proprio ambiente selettivo.

Complessità

Anche il significato del termine complessità è facile da fraintendere. Oggigiorno gli organismi viventi sono in media più complessi dei loro antenati di milioni di anni fa. Tra le prime forme di vita vi erano semplici batteri, e la loro linea evolutiva e di adattamento poteva seguire unicamente la direzione della complessità, poiché non possono esistere organismi più semplici dei batteri stessi. La selezione naturale ha ovviamente contribuito ai complessi cambiamenti evolutivi nel corso delle generazioni, dagli organismi unicellulari alle piante, e agli animali più semplici, fino a pesci, rettili, anfibi, uccelli e infine ai mammiferi. Sembrerebbe a questo punto logico credere che l’aumento complessivo del livello di complessità sia parte integrante del processo evolutivo per tutti gli esseri viventi, ma non è così.

Gli unici fattori che costituiscono un vantaggio sono il livello di adattamento degli organismi al loro habitat e la capacità di adattarsi ai frequenti cambiamenti ambientali. Gli esseri viventi acquisiranno solamente quei cambiamenti evolutivi che rappresentano un beneficio per la specie ed è interessante notare come la linea evolutiva di alcune specie le abbia rese progressivamente meno complesse. (esempi qui e qui).

Progressi nell’evoluzione

Gli adattamenti graduali e vantaggiosi che hanno luogo all’interno di una determinata popolazione di organismi possono sommarsi, migliorandone lo stile di vita, e possono essere interpretati come un progresso evolutivo. Per esempio, la relazione di continua evoluzione tra predatore e preda è detta corsa evolutiva agli armamenti. All’interno di questa lotta, che coinvolge centinaia o addirittura migliaia di generazioni, sia i cacciatori che le prede evolvono in modo progressivo. Una pur minima variazione evolutiva, se costituisce un vantaggio per la specie, viene trasmessa alla discendenza e si diffonde all’interno dell’intera popolazione. Molte di queste lotte sono perdurate nel tempo, con l’affinamento delle capacità di fuga da parte delle prede, e dell’abilità di caccia da parte dei predatori. Si viene quindi a creare una sorta di circolo: le specie che non sono in grado di mantenere il ritmo evolutivo dell’avversario vengono predate oppure muoiono di fame, mentre le specie che sopravvivono sono quell che hanno un migliore adattamento alle nuove condizioni ambientali. Questo schema di progresso, che mantiene un equilibrio tra le armi dei due schieramenti, è detto Red Queen Effect, la legge della Regina di Cuori.

Nella lunga storia dell’evoluzione, hanno avuto luogo numerose innovazioni che hanno migliorato le capacità di adattamento degli organismi. Questi miglioramenti non erano però inevitabili, non dovevano verificarsi per forza e i cambiamenti progressivi non sono parte di alcun progetto, non sono prevedibili. Inoltre, non possono comportare sempre un vantaggio nell’arco di miliardi di anni. Quindi parlare di progresso ha senso quando i mutamenti graduali si considerano limitatamente a una determinata linea evolutiva e per un periodo temporale lungo, ma definito, senza prendere come riferimento l’intera storia dell’evoluzione, o l’evoluzione di tutti gli organismi viventi.

A misura d’uomo

Non bisogna cedere alla tentazione di misurare tutte le forme di progresso in relazione a quei cambiamenti che hanno determinato miglioramenti sull’evoluzione degli esseri umani. Un cervello più grande, la posizione eretta, il pollice opponibile, l’attenzione per la prole, le capacità di linguaggio e la cultura corrispondono a progressivi adattamenti nella linea evolutiva umana, ma per valutare il progresso delle altre specie è necessario adottare criteri specifici, e l’evoluzione umana non è il metro di misura per valutare gli adattamenti innovativi delle altre specie.

Si pensa che gli uomini siano la specie più intelligente della Terra, ma questa situazione non era inevitabile e le cose avrebbero potuto prendere un’altra direzione. Vi sono molti “se” nella storia dell’evoluzione di ogni specie: se alcune variazioni non si fossero verificate, se le pressioni selettive e l’ambiente fossero stati differenti, se ci fossero state più o meno catastrofi naturali, la Terra sarebbe sicuramente un pianeta diverso. Anche se gli umani sembrano essere la specie più intelligente della Terra, è solamente un caso e non il risultato di un piano accuratamente studiato.

Immagine tratta dalla pagina 36 del Taccuino B di Darwin (on Transmutation of Species, scritto nel 1837-1838)

L’immagine della Scala della Natura, o la Grande Catena dell’Essere, suggerisce che l’evoluzione persegue un obiettivo ben preciso, spesso identificato con l’uomo. Ma abbiamo visto che in realtà non è così: non vi è alcun intento o fine ultimo nella replicazione, nella variazione, nella selezione né in qualsiasi altro meccanismo evolutivo. Nonostante si siano registrati dei miglioramenti nelle varie linee evolutive e sia possibile riconoscere questa complessità nel corso del tempo, il grande disegno dell’evoluzione è forse meglio rappresentato dall’immagine di un cespuglio. A differenza della scala o della catena, un cespuglio si sviluppa in varie direzioni (alto, basso, sinistra, destra, nel mezzo) e nuovi rami possono spuntare dai vecchi, ma non per questo i rami più lontani dal tronco sono più perfetti o meglio adattati all’ambiente di quelli più vicini al corpo centrale.

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