Quelli che…L’uomo non è mai andato sulla Luna.

17 Set

Ok, se siete arrivati su questo post convinti di leggere dimostrazioni che smentiscono i lunacomplottisti, cioé tutte quelle persone che sostengono di avere prove (pseudo)scientifiche del fatto che le missioni americane che portarono all’arrivo del primo uomo sulla Luna il 20 luglio 1969 e a una serie di esplorazioni del nostro satellite conclusasi nel 1972 non sarebbero mai avvenute, vi invito ad andare qui e qui, dove il bravissimo smascheratore di bufale Paolo Attivissimo demolisce in poche caustiche parole il castello di carte di chi pensa che le missioni lunari siano state tutte una messinscena girata in studio.

Il titolo dell’intervento è solo un pretesto per riflettere sulla strada compiuta dal genere umano…

I sentieri ininterrotti di Homo sapiens.

L’unità e la diversità del genere umano sono scritte nei geni, nei reperti storici antichi, nelle culture, nelle lingue. Nell’evoluzione biologica e in quella culturale. Se alziamo lo sguardo sull’insieme, scopriamo che la storia ha una sua continuità, una filigrana segnata dallo spostamento delle popolazioni umane e dalle loro relazioni, un gruppo fondatore dopo l’altro.

Questa è l’impronta di un Australopithecus afarensis nel sito di Laetoli 3,7 Milioni di anni fa, in Africa, al confine tra Kenya e Tanzania. Siamo nella parte meridionale della piana del Serengeti, si sentono in lontananza i cupi brontolii del vulcano Sadiman in eruzione. 2 individui bipedi di taglia diversa camminano senza fretta. Il grosso maschio e la femmina più minuta sono costantemente uno al fianco dell’altro. Sembra infatti che siano passati di lì nello stesso momento: addirittura rimanendo a contatto fisico, come tenendosi per mano. C’è poi un terzo individuo, ancora più piccolo, probabilmente un immaturo: un cucciolo. E il bambino fa una cosa buffa: cammina quasi saltellando, per mettere i piedini nelle impronte lasciate dal più grande dei 2 adulti. E il gruppo di famiglia prosegue la sua marcia…

L’impronta nella foto è storicamente (ed erroneamente) considerata la prima impronta sulla Luna di Neil Armstrong. Questa foto, numero di catalogo AS11-40-5877, insieme alla sua gemella AS11-40-5878 e a quella con il piede dell’astronauta AS11-40-5880, fu scattata invece decine di minuti dopo il primo passo e mostra in realtà un’impronta di prova pianificata. Inoltre non fu prodotta da Armstrong ma dal suo compagno di escursione lunare Buzz Aldrin. Esiste anche la ripresa a colori del momento in cui Aldrin produce quest’impronta. L’evento è documentato in dettaglio nell’Apollo Lunar Surface Journal.

Di passo in passo.

Dalle orme sulla cenere vulcanica di Laetoli, di 3,75 milioni di anni fa, alle orme di Neil Armstrong sulla Luna del 1969, è stato un lungo cammino. Anche in questo istante, qualcuno in una parte del mondo si sta mettendo in cammino. Fin dai tempi più remoti della storia umana è muovendoci che abbiamo imparato, scoperto, cercato di migliorare le nostre condizioni di vita.

Di passo in passo, la nicchia ecologica della specie umana è diventata la Terra nella sua interezza. Ora il mondo non è più abbastanza vasto per scoprire terre nuove: i nuovi fondatori dovrebbero cercare spazio su altri pianeti. Gli scambi globali di persone e di idee, sempre più fitti, promettono invece di rimescolare ancora le storie della diversità umana. Ogni cultura diventa sempre più multiculturale al proprio interno.

Il potere che la specie umana ha acquisito sull’ambiente naturale, trasformandolo per i propri scopi, ha fatto dell’intero pianeta un ambiente antropizzato, in buona parte artificiale. Non siamo mai stati capaci, però, di prevedere le conseguenze a lungo termine delle nostre scoperte e invenzioni. Più cresce il nostro potere sull’ambiente naturale e umano, più diviene inderogabile contemplare le conseguenze dei nostri interventi e assumere la responsabilità delle nostre azioni.

Le migliaia di culture dell’umanità sono altrettanti tentativi riusciti di abitare un ambiente terrestre e propagare la specie. Ciascuna di queste ha preziosi contributi da portare all’evoluzione dell’umanità nel suo insieme. Una specie africana giovane, inventiva ed espansiva, a partire dalla sua unità ha saputo generare la diversità. Ora proprio dalla storia della diversità può imparare a riscoprire la sua unità.

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Quelli che…21/12/2012 è la fine del mondo!

12 Set

La fine di Gaia non arriverà

la gente si sbaglia, e in fondo che ne sa

è un fuoco di paglia

alla faccia dei Maya e di Cinecittà

– Caparezza –

Il 21 dicembre 2012 è la data del calendario gregoriano nella quale secondo alcune aspettative e profezie che vengono legate soprattutto alla civiltà Maya si dovrebbe verificare un evento, di natura imprecisata e di proporzioni planetarie, capace di produrre una significativa discontinuità storica con il passato: una qualche radicale trasformazione dell’umanità in senso spirituale oppure addirittura la fine del mondo.

Nessuna di queste profezie ha alcun fondamento scientifico e sono state più volte smentite dalla comunità scientifica. Anche la maggioranza degli studiosi della storia dei Maya confuta queste affermazioni.

Anzi, non esiste una “profezia” dei Maya stile Nostradamus. Ma c’è il fatto che il calendario Maya “finisce” proprio il 21 dicembre 2012. Da qui l’ipotesi, fatta dai tanti che hanno trovato un nuovo filone New Age paranormal-misterioso da sfruttare, che in quella data finirà tutto.

Il calendario Maya

I Maya, come altre culture mesoamericane, misuravano il tempo utilizzando un sistema di tre calendari. I giorni erano organizzati attraverso un calendario religioso rituale della durata di 260 giorni (chiamato Tzolk’in), suddiviso in trecene (periodi temporali di 13 giorni) e utilizzato prevalentemente a scopo divinatorio, e un calendario solare di 365 giorni (Haab’), suddiviso in 18 periodi di 20 giorni ciascuno.

I Maya non misuravano gli anni, tuttavia le date di questi due calendari erano combinate tra loro per dare luogo a cicli di 18.980 giorni (~52 anni) per un totale di 52 cicli diversi ricorrenti. Un ulteriore calendario, il cosiddetto Lungo computo, calcolava, invece, il tempo trascorso dalla data della creazione del mondo secondo la mitologia Maya (11 agosto 3114 a.C. nel calendario gregoriano). Questo calendario, a differenza dei precedenti, era progressivo e suddivideva il tempo in cicli non ricorrenti (b’ak’tun) della durata di 144.000 giorni, suddivisi a loro volta, su base vigesimale, in 4 ulteriori sottocicli. Il 20 dicembre 2012 terminerà il 13º b’ak’tun (12.19.19.17.19 nella notazione originale del calendario) a cui farà seguito, il giorno successivo, il 14º b’ak’tun (13.0.0.0.0).

Secondo il Popol Vuh – uno dei principali documenti storici sul corpus mitologico dei Maya – il Lungo computo attuale è solo il quarto in ordine di tempo poiché gli dei avrebbero distrutto le tre precedenti creazioni ritenendole fallimentari. La terza creazione fu distrutta al termine del 13º b’ak’tun (12.19.19.17.19), una data che ricorrerà nuovamente alla fine del 2012. Questa circostanza, assieme ad un riferimento epigrafico sul Monumento 6 di Tortuguero, è alla base del fenomeno New Age che associa un evento di significativa discontinuità storica alla data summenzionata.

Confutazioni degli studiosi

La credenza in catastrofi nel giorno 21 dicembre 2012 o in vicinanza ad esso, è una previsione considerata sbagliata dalla corrente principale degli studiosi degli antichi Maya, eppure è comunemente citata nei mezzi di comunicazione di cultura popolare come il problema del 2012. Proprio nei primi mesi di quest’anno sono state fatte delle scoperte che fanno ancora più luce sulla questione.

In maggio archeologi della Boston University guidati dal professor William Saturno hanno rinvenuto, nella stanza di un tempio scoperto nel complesso archeologico di Xultun, in Guatemala, dipinti che raffigurano figure umane in uniformi nere e cicli lunari e planetari, datati IX secolo dopo Cristo (per approfondimenti qui). Sarebbero dunque più antichi dei Codici Maya, risalenti al periodo compreso fra 1300 e 1500. Le annotazioni sulle pareti sembrano rappresentare i vari cicli del calendario Maya: il calendario cerimoniale di 260 giorni; il calendario solare di 365 giorni; il ciclo di 584 giorni del pianeta Venere e il ciclo di 780 giorni di Marte. Anche in questo caso, non vi è prova di una profezia, ma soltanto della fine di un ciclo. Secondo i ricercatori quella ritrovata potrebbe essere anche la stanza di uno scriba. “Per la prima volta si arriva a vedere quelle che potrebbero essere le annotazioni tenute da uno scriba, il cui compito era quello di essere il custode dei documenti di una comunità Maya” osserva Saturno. Gli archeologi sottolineano che fra gli obiettivi dei custodi del calendario Maya, c’è anche quello di cercare l’armonia tra gli eventi del cielo e i rituali sacri e che anche i dipinti scoperti a Xultun potrebbero essere stati realizzati per scopi analoghi.

Che il 2012 fosse il termine conclusivo di un lungo periodo lo aveva già ribadito a dicembre Sven Gronemeyer de La Trobe University in Australia: la tavoletta ritrovata su un mattone trovato nelle rovine di Comalcalco, vicino Tortuguero, indica la descrizione del ritorno dal cielo della misteriosa divinità Maya della guerra Bolon Yokte. L’era che si chiuderà, secondo le previsioni dei Maya, il prossimo dicembre è quella iniziata 5125 anni fa con l’avvio dell’Età dell’Oro. Bolon Yokte, infatti, è, tra le tante cose, la divinità del cambiamento: secondo lo studioso tedesco, l’antico sovrano Bahlam Ajaw si era limitato ad indicare il passaggio del dio e l’intenzione di accoglierlo nel tempio di Tortuguero.

L’ultima “apparizione” della data risale a giugno, in un testo scoperto nel sito di La Corona in Guatemala, un lungo geroglifico di 1300 anni fa intagliato sui gradini di una scala. “Un testo che parla dell’antica storia politica dei Maya”, ha commentato Marcello Canuto, direttore del Middle American Research Institute della Tulane University e co-direttore degli scavi a La Corona insieme a Tomás Barrientos della Universidad del Valle de Guatemala. La data ci sarebbe, ma più che un riferimento a una catastrofe riguarderebbe la volontà del sovrano Yuknoom Yich’aak K’ahk’ di Calakmul, a pochi mesi dalla sconfitta ricevuta dal rivale Tikal nel 695 a.C., di scongiurare le paure del popolo rimandando a una data piuttosto lontana la fine del suo regno. “Era un momento di grande agitazione politica nella regione Maya e questo re si sentì obbligato a far riferimento ad un ciclo più ampio di tempo che finiva nel 2012”. Dunque la necessità di pensare al 2012 era dovuta a contingenze storiche legate alle vicissitudine di questo re tormentato. “In tempi di crisi, gli antichi Maya hanno usato il loro calendario per promuovere la continuità e la stabilità, piuttosto che prevedere l’apocalisse”, conclude Canuto.

Cosa sapevano i Maya?

“Gran parte della cultura Maya è basata sullo scorrere del tempo e sulla sua ciclicità” spiega Daniele Petrella, dottore di ricerca in Archeologia presso l’Università di Napoli L’Orientale. “Tanto per dirne una, il Tempio di Cuculcàn aveva 365 gradini. Ma la misurazione del tempo di questo popolo non si limitava, come è noto, a un solo calendario. I loro calcoli cronologici, ritrovati in numerosi scritti, sono di difficile traduzione rispetto ai nostri. Schematizzando, possiamo dire che, in base a un complesso calcolo sul lungo computo, ogni 5125 un ciclo si riazzera e ne parte un altro. Il 21 dicembre 2012 non è altro che uno di questi punti, coincidente solitamente con cambiamenti più o meno evidenti dei sistemi naturali e a cui la cultura occidentale associa una fine catastrofica”.

Nascita di una leggenda

Ma se si tratta solo della fine di uno dei tanti cicli cronologici, come (e perché) è nata l’idea che proprio al termine di questo ciclo ci si dovesse preparare alla fine del mondo? “Nella seconda metà degli anni Ottanta – racconta Vincenzo Reda, scrittore appassionato di archeologia e autore del libro “101 Storie Maya che Dovresti Conoscere Prima della Fine del Mondo” – un professore di storia dell’arte del Minnesota, Joseph Anthony Argüelles (scomparso a marzo dello scorso anno) pubblica un libro, Il fattore Maya: lo studioso era rimasto affascinato dal senso circolare del tempo Maya e ha ritrovato nel 21 dicembre 2012 un significato “apocalittico”. Detto questo, c’è da precisare che il giorno è stato ricostruito tramite una correlazione operata con il nostro calendario (relativo, come tutti gli altri calendari esistenti) e anche se c’è grande accordo sulla data non si può parlare di unanimità”. “In ogni caso – spiega ancora Reda – credo che la difficoltà di sfatare questa presunta profezia sia da attribuire alla nostra cultura e al suo bisogno antico di escatologia e di apocalittico. I Maya avevano l’ossessione del tempo: se noi ad ogni giorno associamo un santo, questo popolo vi associava addirittura un dio che, con un pesante fardello, lo trasportava fino al giorno successivo per consegnarlo a un’altra divinità. In sintesi, ciò che accadrà il 21 dicembre sarà, secondo complessi calcoli matematici e astronomici, la fine di un periodo”.

Basta avere ancora qualche mese di pazienza, dunque, e sicuramente tutta la faccenda si risolverà come il Millennium Bug: in un falso allarme.

Quelli che…L’Uomo occupa l’apice dell’evoluzione biologica.

2 Set

Nel 1579 il missionario francescano Didacus Valades ordinò tutti gli organismi viventi in un disegno metaforico che rappresentava una scala a pioli: le forme di vita inferiori in fondo e quelle superiori in cima. Oggigiorno molti credono ancora che l’evoluzione corrisponda al disegno di Valades e che si manifesti in una progressione graduale; come se la natura avesse il preciso scopo di arrivare sempre più in alto, piolo dopo piolo, dagli organismi più semplici ai più complessi, fino a raggiungere l’ultimo gradino dell’evoluzione: l’uomo, trionfalmente in piedi sul piolo più alto. Si pensa che la corsa verso la perfezione, ovvero verso l’uomo, sia parte del naturale processo evolutivo.

The Great Chain of Being from "Retorica Christiana" di Didacus Valades, 1579

The Great Chain of Being from “Retorica Christiana” di Didacus Valades, 1579

La credenza che l’evoluzione, o qualsiasi altro processo naturale, abbia un fine ultimo o uno scopo è detta teleologia, ma tale teoria non è ancora supportata da prove. Non è stata rintracciata con certezza alcuna pressione che spinge l’evoluzione delle specie verso l’alto della scala, verso l’ultimo stadio, sia esso l’uomo o un’altra specie.

Nuovi e migliori?

Se l’evoluzione fosse una corsa verso l’alto, si potrebbe pensare che le specie più recenti siano “più evolute” o meglio adattate all’ambiente delle specie con una storia più antica. Possiamo certamente affermare che le specie più recenti hanno un valore di fitness più elevato di quelle più vecchie, e che questo può considerarsi un progresso, ma sarebbe un errore assumere che il maggiore adattamento di una specie dipenda soltanto dalla sua più giovane età.

Classica scala temporale relativa alla comparsa di forme di vita

Se la Terra venisse colpita da un asteroide, simile a quello che si suppone abbia causato l’estinzione dei dinosauri e di oltre metà delle specie viventi 65 milioni di anni fa, la sopravvivenza di ogni essere vivente sarebbe messa a dura prova.

Catastrofi a parte, l’elemento fondamentale al momento della resa dei conti è il livello di adattamento dei membri della specie al proprio ambiente selettivo. Se l’habitat subisce cambiamenti significativi (sbalzi di temperatura, cambiamenti atmosferici o climatici, diversa disponibilità di cibo e acqua, nuovi predatori e così via), non possiamo assumere che una specie più recente abbia necessariamente migliori capacità di adattamento alle nuove condizioni ambientali rispetto a una specie precedente.

Le definizioni più in alto e più in basso creano ancora più confusione nella comprensione del processo evolutivo, poiché indicano semplicemente il punto di arrivo di una specie all’interno dell’albero filogenetico: una specie più antica si troverà più in basso, mentre una specie più recente sarà più in alto, ma la posizione non corrisponde al livello di adattamento all’interno del proprio ambiente selettivo.

Complessità

Anche il significato del termine complessità è facile da fraintendere. Oggigiorno gli organismi viventi sono in media più complessi dei loro antenati di milioni di anni fa. Tra le prime forme di vita vi erano semplici batteri, e la loro linea evolutiva e di adattamento poteva seguire unicamente la direzione della complessità, poiché non possono esistere organismi più semplici dei batteri stessi. La selezione naturale ha ovviamente contribuito ai complessi cambiamenti evolutivi nel corso delle generazioni, dagli organismi unicellulari alle piante, e agli animali più semplici, fino a pesci, rettili, anfibi, uccelli e infine ai mammiferi. Sembrerebbe a questo punto logico credere che l’aumento complessivo del livello di complessità sia parte integrante del processo evolutivo per tutti gli esseri viventi, ma non è così.

Gli unici fattori che costituiscono un vantaggio sono il livello di adattamento degli organismi al loro habitat e la capacità di adattarsi ai frequenti cambiamenti ambientali. Gli esseri viventi acquisiranno solamente quei cambiamenti evolutivi che rappresentano un beneficio per la specie ed è interessante notare come la linea evolutiva di alcune specie le abbia rese progressivamente meno complesse. (esempi qui e qui).

Progressi nell’evoluzione

Gli adattamenti graduali e vantaggiosi che hanno luogo all’interno di una determinata popolazione di organismi possono sommarsi, migliorandone lo stile di vita, e possono essere interpretati come un progresso evolutivo. Per esempio, la relazione di continua evoluzione tra predatore e preda è detta corsa evolutiva agli armamenti. All’interno di questa lotta, che coinvolge centinaia o addirittura migliaia di generazioni, sia i cacciatori che le prede evolvono in modo progressivo. Una pur minima variazione evolutiva, se costituisce un vantaggio per la specie, viene trasmessa alla discendenza e si diffonde all’interno dell’intera popolazione. Molte di queste lotte sono perdurate nel tempo, con l’affinamento delle capacità di fuga da parte delle prede, e dell’abilità di caccia da parte dei predatori. Si viene quindi a creare una sorta di circolo: le specie che non sono in grado di mantenere il ritmo evolutivo dell’avversario vengono predate oppure muoiono di fame, mentre le specie che sopravvivono sono quell che hanno un migliore adattamento alle nuove condizioni ambientali. Questo schema di progresso, che mantiene un equilibrio tra le armi dei due schieramenti, è detto Red Queen Effect, la legge della Regina di Cuori.

Nella lunga storia dell’evoluzione, hanno avuto luogo numerose innovazioni che hanno migliorato le capacità di adattamento degli organismi. Questi miglioramenti non erano però inevitabili, non dovevano verificarsi per forza e i cambiamenti progressivi non sono parte di alcun progetto, non sono prevedibili. Inoltre, non possono comportare sempre un vantaggio nell’arco di miliardi di anni. Quindi parlare di progresso ha senso quando i mutamenti graduali si considerano limitatamente a una determinata linea evolutiva e per un periodo temporale lungo, ma definito, senza prendere come riferimento l’intera storia dell’evoluzione, o l’evoluzione di tutti gli organismi viventi.

A misura d’uomo

Non bisogna cedere alla tentazione di misurare tutte le forme di progresso in relazione a quei cambiamenti che hanno determinato miglioramenti sull’evoluzione degli esseri umani. Un cervello più grande, la posizione eretta, il pollice opponibile, l’attenzione per la prole, le capacità di linguaggio e la cultura corrispondono a progressivi adattamenti nella linea evolutiva umana, ma per valutare il progresso delle altre specie è necessario adottare criteri specifici, e l’evoluzione umana non è il metro di misura per valutare gli adattamenti innovativi delle altre specie.

Si pensa che gli uomini siano la specie più intelligente della Terra, ma questa situazione non era inevitabile e le cose avrebbero potuto prendere un’altra direzione. Vi sono molti “se” nella storia dell’evoluzione di ogni specie: se alcune variazioni non si fossero verificate, se le pressioni selettive e l’ambiente fossero stati differenti, se ci fossero state più o meno catastrofi naturali, la Terra sarebbe sicuramente un pianeta diverso. Anche se gli umani sembrano essere la specie più intelligente della Terra, è solamente un caso e non il risultato di un piano accuratamente studiato.

Immagine tratta dalla pagina 36 del Taccuino B di Darwin (on Transmutation of Species, scritto nel 1837-1838)

L’immagine della Scala della Natura, o la Grande Catena dell’Essere, suggerisce che l’evoluzione persegue un obiettivo ben preciso, spesso identificato con l’uomo. Ma abbiamo visto che in realtà non è così: non vi è alcun intento o fine ultimo nella replicazione, nella variazione, nella selezione né in qualsiasi altro meccanismo evolutivo. Nonostante si siano registrati dei miglioramenti nelle varie linee evolutive e sia possibile riconoscere questa complessità nel corso del tempo, il grande disegno dell’evoluzione è forse meglio rappresentato dall’immagine di un cespuglio. A differenza della scala o della catena, un cespuglio si sviluppa in varie direzioni (alto, basso, sinistra, destra, nel mezzo) e nuovi rami possono spuntare dai vecchi, ma non per questo i rami più lontani dal tronco sono più perfetti o meglio adattati all’ambiente di quelli più vicini al corpo centrale.

Quelli che…I dinosauri si sono estinti (tutti).

15 Ago

Immagino una conferenza affollata. Io che salgo sul palco con un dinosauro al guinzaglio, poco più grande di un pollo. Quel giorno, indicando la creatura, chiederò ai presenti se qualcuno abbia idea di che cosa sia. Il dinosauro, o pollosauro, sarebbe subito riconosciuto dagli studenti più bravi e diverrebbe l’oggetto di una straordinaria lezione sull’evoluzione“.  Jack Horner, paleontologo

Hanno ossa leggere e cave all’interno, e queste cavità contengono prolungamenti dell’apparato respiratorio, le sacche aeree, che non solo alleggeriscono il corpo, ma permettono di immagazzinare una maggiore quantità di aria, e quindi di ossigeno. Hanno lo sterno ingrandito a dismisura per permettere l’inserzione dei potenti muscoli che servono a battere le ali. Nell’arto anteriore gli ossicini del polso si sono fusi con quelli della mano formando il carpometacarpo, e le dita si sono ridotte. Il cinto pelvico è irrobustito, andando a comprendere anche alcune vertebre dorsali nel sinsacro; le stesse vertebre si sono ridotte di numero, soprattutto nella coda, dove quelle più distali si sono fuse nel pigostilo. Le ossa della caviglia e del piede si sono fuse in un tarsometatarso, con il primo dito ribaltato. Infine, l’intero corpo è ricoperto da piume con funzione isolante, e da penne che servono sia come copertura sia per il volo.

La maggior parte delle persone, leggendo questa descrizione, avranno capito di quale gruppo animale stiamo parlando. In effetti, l’anatomia degli uccelli è così peculiare che per molto tempo ai naturalisti è bastato trovare un osso o una penna per stabilire inequivocabilmente che il loro proprietario originale fosse un uccello.

Fino a quando arrivò lui…

Un giorno del 1861, in una località della Baviera chiamata Solnhofen emerse dalle lastre calcaree estratte nelle cave locali lo scheletro di una creatura vissuta alla fine del Giurassico, più di 150 milioni di anni fa. Il fossile somigliava in tutto e per tutto a un dinosauro: aveva zampe anteriori con tre dita artigliate, una bocca irta di denti e una lunga coda ossuta. Ciò che però sconcertò gli scopritori fu l’impronta che circondava lo  scheletro: nel finissimo calcare giurassico si era infatti conservata la traccia di lunghe penne che spuntavano dalle braccia e dalla coda, identiche alla singola penna fossile ritrovata solo l’anno prima nella stessa località e attribuita a un animale battezzato Archaeopteryx lithographica, “antica ala della pietra litografica”. L’Archaeopteryx è un fossile estremamente importante: non solo ha fornito un punto di partenza per l’indagine sull’origine degli uccelli, ma ha anche costituito la prova concreta che la teoria di Darwin sull’evoluzione, pubblicata poco tempo prima nel suo saggio  “L’origine delle specie”, aveva un fondamento, tanto che i detrattori della teoria additarono Archaeopteryx come un falso creato ad hoc a sostegno di Darwin.

Il più antico uccello (scoperto).

Archaeopteryx viene considerato il più antico rappresentante del gruppo denominato Avialae. Quello che è rimasto oscuro per molti decenni dopo la scoperta di  Archaeopteyx non è tanto in cosa si stesse evolvendo, quanto da dove arrivasse, cioè da quale animale si sia evoluto. Sono state avanzate numerose teorie in proposito: alcuni sostenevano che fosse un parente stretto dei coccodrilli, altri che fosse un “cugino” degli pterosauri, altri ancora che fosse un dinosauro le cui squame si erano evolute in penne. Quest’ultima ipotesi è sempre stata quella più in voga, ma mancavano le prove concrete, qualcosa che confermasse una volta per tutte la validità della teoria.

Dalla Cina la risposta.

La risposta è finalmente giunta negli anni Novanta, quando i paleontologi ebbero modo di studiare alcuni scheletri fossili rinvenuti in Cina, nella regione di Liaoning. Questi fossili sono conservati in sedimenti della Formazione Yixian e vengono datati a circa 120 milioni di anni fa, nel Cretaceo Inferiore; sono chiaramente dei dinosauri, ma come Archaeopteryx possiedono delle piume la cui morfologia spazia da quelle filamentose di Sinosauropteryx a quelle sviluppate e coerenti di Caudipteryx, fino al Microraptor con lunghe penne addirittura sugli arti posteriori. Questi straordinari ritrovamenti hanno dimostrato che le penne erano già presenti nei dinosauri, provando una volta per tutte che gli uccelli derivano proprio da essi, e in particolare dai bipedi carnivori del gruppo dei Teropodi. A ciò vanno aggiunti alcuni resti straordinari che testimoniano da parte dei dinosauri esempi di comportamento molto simili a quelli degli uccelli: fra questi, un Oviraptor morto accovacciato sulle sue uova mentre le stava presumibilmente covando (si è capito che erano sue  dagli embrioni rinvenuti in alcune di esse), e il troodontide cinese Mei long, il cui scheletro è acciambellato con la testa sotto una zampa anteriore, proprio come gli uccelli quando dormono. E’ quindi probabile che anche alcuni comportamenti degli uccelli odierni siano un retaggio dei loro antenati dinosauri.

Ma allora i dinosauri volavano?

Paradossalmente, i fossili di Liaoning hanno svelato un mistero ma ne hanno sollevato un altro: se le penne erano già presenti nei dinosauri, che chiaramente non volavano, a cosa servivano? Anche qui le ipotesi si sono sprecate, e fra le varie proposte vi sono l’isolamento termico: molto probabilmente i Teropodi erano predatori endotermi, o un po’ impropriamente “a sangue caldo”, per cui avevano bisogno di trattenere il calore corporeo. Oppure la comunicazione tra individui: penne molto colorate potevano aiutare i dinosauri a riconoscere i membri della loro specie. O ancora come un cosiddetto display sessuale: i maschi avrebbero ostentato un piumaggio vistoso nel tentativo di far colpo sulle femmine.

C’è da dire che nelle diverse famiglie di Teropodi le piume presentano caratteristiche diverse, che guarda caso corrisponderebbero grossomodo alla posizione nel cladogramma, ossia l’”albero genealogico” dei dinosauri.

Nelle famiglie più antiche si trattava di piume filamentose, dapprima con un solo “ciuffo” e poi con più d’uno; in famiglie successive si è sviluppato l’asse centrale (il rachide) con il vessillo, dato dai rami laterali o barbe, a loro volta ramificate nelle barbule; in famiglie ancora più derivate si sviluppano uncini sulle barbule che conferiscono coerenza al vessillo; infine, il vessillo diverrà asimmetrico e idoneo a consentire il volo: è una condizione che troviamo solo negli Avialae e nei Deinonychosauria. Appare perciò evidente che le penne dei dinosauri sono state impiegate solo in un secondo momento come supporto per il volo; ciò è accaduto con la comparsa delle penne asimmetriche, il cui profilo crea quell’effetto aerodinamico, detto di portanza, tale da ricevere la spinta verso l’alto fondamentale per staccarsi da terra.

Per conoscere la strada che da Archaeopteryx conduce agli uccelli odierni vedete qui.

Per approfondimenti sull’origine degli uccelli cliccate qui.

In conclusione, abbiamo visto come la discendenza degli uccelli dai dinosauri, fino a pochi anni fa ancora permeata dal dubbio, sia ormai considerata un dato di fatto.
La prossima volta che nel piatto troviamo un pollo arrosto, quindi, ricordiamoci che stiamo mangiando la coscia di un dinosauro!

Quelli che…Attento! Non mangiare il Pesce-Fragola!

8 Ago

Non saprei spiegare il perché della paura per gli Ogm, è difficile dire come nasca la paura e come si possa bloccare il timore di qualcosa che non si conosce. E’ una forma di superstizione e va combattuta come tutte le cose inesistenti che possono essere più pericolose di quelle esistenti“.  Rita Levi Montalcini

Cosa sono gli OGM.

Con il termine Organismo Geneticamente Modificato (OGM) si intendono soltanto gli organismi in cui parte del genoma sia stato modificato tramite le moderne tecniche di ingegneria genetica. Non sono considerati “organismi geneticamente modificati” tutti quegli organismi il cui patrimonio genetico viene modificato a seguito di processi spontanei (modificazioni e trasferimenti di materiale genetico avvengono infatti in natura in molteplici occasioni e tali processi sono all’origine della diversità della vita sulla terra), o indotti dall’uomo tramite altre tecniche che non sono incluse nella definizione data dalla normativa di riferimento (ad esempio con radiazioni ionizzanti o mutageni chimici). (Direttiva 2001/18/CE)

In realtà il termine Organismi Geneticamente Modificati non è un termine usato dalla comunità scientifica in quanto troppo generico. OGM viene correntemente utilizzato dai media per descrivere solo una particolare modifica del patrimonio ereditario e solo quando questa si applica al mondo vegetale. In realtà esistono molti modi di modificare il patrimonio genetico di un organismo e l’uomo usa molti mezzi da tanti anni per piegare batteri, lieviti, piante e anche virus alle sue esigenze. Gli OGM sono in realtà solo il termine usato dai mezzi di comunicazione di massa per descrivere piante in cui sono stati trasferiti uno o pochi geni per trasformare cellule o tessuti vegetali.

Per un quadro scientificamente chiaro ed esauriente sugli OGM vedere qui e qui.

Coltivazioni OGM nel mondo.

L’ISAAA (International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications) rilascia ogni anno i nuovi dati sulle coltivazioni di OGM nel mondo: al 2011 siamo a 160 milioni di ettari coltivati da 16,7 milioni di agricoltori quindi con appezzamenti di terreno di circa 10 ettari ad imprenditore agricolo. Si sono aggiunti solo nel 2011 ben 12 nuovi milioni di ettari.

L’OGM che non è mai esistito.

Veniamo ora all’OGM più citato della storia, la Fragola-Pesce. Ovvero una fragola che sarebbe stata resa resistente al gelo attraverso l’inserimento di un gene di un pesce artico all’interno del suo patrimonio genetico. In rete si trovano innumerevoli citazioni:

Non potevamo non partire da Mario Capanna, presidente della Fondazione Diritti Genetici. L’unico al mondo ad aver visto e discusso (UnoMattina Estate del 30 luglio 2007) il sapore dell’inesistente fragola-pesce.

Dalla trasmissione Report di Rai3: “Si è prodotta, per esempio, una fragola che è stata resa resistente al gelo inserendo dei geni di pesci che vivevano in zone fredde. Questa fragola ha cominciato a produrre un prodotto secondario che era il glicoletilenico, il comune liquido antigelo dei radiatori. Quindi sono diventate immangiabili”.

Anche su D la Repubblica delle Donne: “La fragola con il gene di una sogliola del mar Baltico che doveva renderla resistente al freddo, è stata un disastro: il risultato è una fragola che sa di antigelo. Gli esperimenti sono stati subito interrotti, e la fragogliola è finita sullo scaffale dei “cibi Frankenstein””.

Su “Piemonte Parchi”, rivista della Regione Piemonte: “In campo agricolo, lo scopo degli OGM è modificare una pianta inserendo nel suo DNA uno o più geni che le conferiscano le caratteristiche desiderate. Il caso dell’introduzione di geni di passera di mare nelle fragole per aumentarne la conservabilità è un tipico esempio”.

Nel dossier Biotecnologie e prodotti alimentari della COOP dove si afferma: “Un gene prelevato dal pesce artico inserito  in fragole e patate conferisce la resistenza al freddo e permette la coltivazione di questi prodotti in zone caratterizzate da bassissime temperature. E’ il caso della Finlandia, che ormai ha interrotto quasi  del tutto le importazioni di fragole, consumando quelle coltivate sul proprio territorio, per lunghi periodi dell’anno costantemente coperto da spessi strati di ghiaccio”.

Si tratta di affermazioni che colpiscono molto l’opinione pubblica sul piano emotivo e non ci si deve quindi sorprendere se poi il mercato degli OGM è ristretto “per la scarsa accettazione mostrata dai consumatori“.

Fortunatamente, per la tranquillità di tutti i consumatori e con buona pace degli ambientalisti, la fragola-pesce non esiste e non è mai esistita.

Come afferma Dario BressaniniNessuna multinazionale biotech ha mai annunciato lo sviluppo di un prodotto del genere. Nessuna università l’ha mai studiata a scopo commerciale. Nessuna azienda ha mai neanche lontanamente suggerito che sarebbe stata interessata a sviluppare fragole antigelo. In laboratorio ormai si inserisce ogni tipo di gene in cellule di vari organismi, fragole comprese ovviamente, ma il frutto non è mai stato raccolto, figuriamoci mangiato. Eppure ormai la “fishberry” è ormai leggendaria. Ma da leggenda urbana. E come ogni leggenda urbana che si rispetti, non è possibile risalire all’origine della storia“.

Nascita di una leggenda metropolitana.

Tutto nasce dai pesci artici. Esistono alcuni pesci che vivono nei mari artici che sono dotati di un particolare gene che codifica per una proteina che funge da anti-congelante, grazie a questa proteina il sangue di questi pesci non congela anche se questi animali si trovano a bassissime temperature, un grande vantaggio che permette la vita anche in condizione estreme.

Da questi pesci nasce l’idea di creare coltivazioni di fragole anche in paesi molto freddi, quindi l’idea di inserire il gene del pesce artico nella fragola per impedire il suo congelamento.

Ed è così che nasce la leggenda di “Fishberry” e come molte delle leggende anche questa non corrisponde a realtà, è un qualcosa che non è mai stato creato ma forse nemmeno pensato in nessun laboratorio del mondo. Il tutto nasce dalle floride menti dei propagandisti contro gli OGM, un modo per confondere le persone e portarle a schierarsi contro.

Potenza di una suggestione.

Ma è veramente possibile inserire nella fragola un gene per produrre una proteina capace di proteggerla dal freddo? Probabilmente sì, ma è anche probabile che se si   tentasse di sviluppare la fragola antigelo si andrebbe incontro a un fallimento, almeno allo stato attuale delle conoscenze.

L’unico articolo scientifico che parla di esperimenti simili è questo (leggi fragola-pesce). Dal testo si desume che trattasi di trasformazione di foglie, rigenerazione a callo e differenziamento di piantine la cui “morfologia non è differente dalla forma iniziale“. Insomma di lische di pesce non si parla, ma sopratutto non si parla di frutti. Gli autori non descrivono i frutti ossia le fragole (e sopratutto non li descrivono nelle generazioni ossia non si sa se erano delle vere piante transgeniche o solo delle chimere). Non si trova in letteratura scientifica notizia di un prosieguo di questa ricerca da parte degli stessi autori.

Ma il punto non è questo: il fatto è che l’immagine della fragola-pesce è troppo evocativa per lasciarsi scappare l’occasione di usarla. E’ un’invenzione mediatica geniale che ha avuto una fortuna immediata, come spesso è accaduto ad altre invenzioni linguistiche del variegato mondo “ambientalista”.

Non si vuole né difendere né demonizzare gli OGM. Ma prima di poter dare un’opinione e schierarsi in merito, si deve essere preparati sull’argomento, e sapere in realtà cos’è un organismo geneticamente modificato.

E non fidarsi di tutto quello che si legge o si sente in tv.

Quelli che…L’Uomo discende dalle Scimmie.

5 Ago

“Esistono 193 specie viventi di scimmie con coda e senza coda; di queste, 192 sono coperte di pelo. L’eccezione è costituita da uno scimmione nudo che si è auto-chiamato Homo sapiens.”  Desmond Morris, zoologo.

Fraintendimenti storici.

È l’estate del 1860, a Oxford (Inghilterra), e il libro di Darwin L’origine delle specie è stato pubblicato da soli sette mesi. Oltre 500 persone tra uomini e donne, in sobri ed eleganti abiti estivi, si sono riuniti alla British Association per assistere a un incontro sulle ultime scoperte scientifiche. Dal podio dell’oratore parla il vescovo Samuel Wilberforce, che spiega i princìpi del darwinismo, l’azzardata teoria secondo la quale gli uomini non sono una creazione divina, ma l’evoluzione di animali. L’enfasi nella voce di Wilberforce cresce quando domanda ai suoi ascoltatori se “discendono dalle scimmie per parte materna o paterna”.

È l’estate del 2004, a Dover (Pennsylvania, USA) un membro scontento del consiglio scolastico di una scuola pubblica, guidato dallo spirito di protesta, sostenne che bisognava escludere l’insegnamento dell’evoluzione dai programmi scolastici poiché insegna che “gli uomini discendono dalle scimmie e dagli scimpanzé”.

A Oxford come a Dover, non è stato messo in luce alcun reale difetto della teoria dell’evoluzione e non è stata apportata alcuna prova per smentire la relazione tra uomini e primati. In entrambi i casi l’evoluzione viene presentata in modo errato e criticata sulle basi di una reazione puramente emotiva alle implicazioni a essa collegate. Per valutare il mito che “gli uomini discendono dalle scimmie”, bisogna innanzitutto definire la reale posizione dell’evoluzione rispetto ai legami esistenti tra l’uomo e le altre specie viventi.

Un po’ di sistematica.

Gli uomini sono animali. Gli uomini hanno un passato evolutivo. Per individuare sia la posizione attuale che quella passata della specie umana nel mondo degli esseri viventi, è sufficiente iniziare classificando le diverse forme di vita: a quali gli uomini sono più simili e da quali invece differiscono?

Tutti gli esseri umani sono dei Vertebrati, infatti come tutti i vertebrati abbiamo una spina dorsale. Gli esseri umani sono mammiferi, infatti come tutti i mammiferi abbiamo peli o capelli, ghiandole che producono latte e tre ossa separate nella parte media dell’orecchio. Gli esseri umani sono primati, infatti come tutti i primati abbiamo unghie alle dita delle mani e dei piedi, un pollice opponibile e quattro incisivi nella mascella superiore e quattro in quella inferiore (mandibola). Gli esseri umani sono apes (scimmie antropomorfe), infatti come tutte le antropomorfe non abbiamo coda, le scapole sono poste sul dorso e non lateralmente e abbiamo un modello a Y dei solchi sulla superficie masticatoria dei molari.

L’ordine dei Primati si suddivide in due sub-ordini, le Proscimmie e le Scimmie o Antropoidi (Anthropoidea). Le Proscimmie comprendono i lemuri, i loris e i tarsi suddivisi a loro volta in numerose famiglie. Le Scimmie si suddividono in due infra-ordini, Platyrrhini o Scimmie del Nuovo Mondo, caratterizzate dal setto nasale largo e narici laterali divergenti, e Catarrhini o Scimmie del Vecchio Continente, caratterizzate da setto nasale stretto. Le Scimmie catarrine comprendono due superfamiglie, Cercopithecoidea, scimmie quadrupedi e con coda, ed Hominoidea, quest’ultima comprendente tre famiglie, Hylobatidae (i gibboni, il siamang ed altre specie che vivono nell’arcipelago indonesiano, nella penisola malese e in Indocina), Pongidae e Hominidae. I Pongidi, ovvero le grandi scimmie antropomorfe (great apes), comprendono l’orango (Pongo pygmaeus), che vive nelle foreste di Sumatra e del Borneo; il gorilla (Gorilla gorilla), lo scimpanzé (Pan troglodytes, lo scimpanzè di taglia maggiore, e Pan paniscus, lo scimpanzè pigmeo o bonobo, che alcuni considerano una specie distinta). Il gorilla e le diverse specie di scimpanzé abitano le foreste vergini dell’Africa equatoriale. Gli Ominidi sono rappresentati da un’unica specie vivente, Homo sapiens.

Da che parte è la ragione?

Il nostro viaggio attraverso il Mondo degli Animali ci ha portato sino alle basi della controversa e molto dibattuta affermazione che “gli uomini discendono dalle scimmie”. Da che parte è dunque la ragione?

Una semplice analisi delle caratteristiche degli esseri viventi dimostra chiaramente, come abbiamo visto, che gli uomini sono mammiferi e, tra questi, sono primati. È quindi possibile confutare le critiche di chi sostiene che credere nell’evoluzione significhi riportare l’uomo al mondo dei primati, perché in realtà l’uomo già appartiene a quel mondo.

In realtà l’uomo non può derivare da un animale che gli è contemporaneo, così come uno di noi non può essere figlio della propria cugina. Darwin affermò semplicemente che uomo e scimmia dovevano aver avuto, in un tempo non molto lontano, antenati comuni, così come due cugini hanno dei nonni o dei bisnonni in comune. Andando molto indietro nel tempo, si arriverebbe a quei pochi organismi primordiali che sono stati gli antenati di tutte le forme viventi attualmente presenti sulla Terra.

Si sente dire anche: “lo scimpanzé, antenato più prossimo […]“. La frase messa così è infatti sbagliata. Gli antenati più prossimi della nostra specie (Homo sapiens) non sono le scimmie moderne antropomorfe, ma ominidi ora estinti. Con le scimmie antropomorfe moderne noi intratteniamo una parentela alla lontana. Loro non sono nostri antenati e noi non siamo loro discendenti. Siamo cugini, il che significa che abbiamo nonni e bisnonni in comune.

Quindi affermare che l’uomo discende dalla scimmia, come spesso si sente dire, è un errore grossolano e gravissimo che commettono coloro che ignorano i dettagli di quell’importante conquista del genere umano che è la teoria dell’evoluzione. Le scimmie e l’uomo  (nonostante condividano gran parte del corredo genetico) appartengono infatti a due rami evolutivi diversi (e separati) con un antenato comune che oggi non esiste più in quanto tale.

Quelli che…Se non mangi quello che desideri, tuo figlio nascerà con una voglia.

31 Lug

Morso di cicogna, voglia di fragola, caci degli angeli, naso di Cyrano…ma quanti strani nomi la tradizione ha voluto dare a quella grande quantità di macchie, macchiette, puntini, rigonfiamenti di tutti i rossi possibili fino al viola bluastro e persino al giallo che compaiono così spesso sulla pelle dei bambini dalla nascita alle prime settimane di vita!

Secondo la tradizione popolare quando la mamma desidera un particolare alimento e tocca una parte del corpo prima che la voglia sia soddisfatta, il bambino nascerà con una macchia, rappresentativa del desiderio insoddisfatto. Esiste una vera e propria tassonomia delle voglie e il bello è che in essa vi rientrano cibi che prima non esistevano o che sono circoscritti a precise aree geografiche. Ad esempio in Umbria esiste la voglia di porchetta!

In verità le macchie cutanee rossastre altro non sono che degli angiomi formati dall’accumulo di vasi sanguigni sotto la pelle, mentre gli angiomi color caffè sono causati da una maggior concentrazione di melanina. Deduciamo che la comparsa di macchie cutanee nel bambino non è in alcun modo legata alla soddisfazione alimentare della madre.

Il termine angioma indica una anomala proliferazione di alcuni vasi sanguigni, per un difetto nel loro sviluppo, circoscritta a una zona limitata della pelle. Una malformazione che può essere congenita, e quindi già presente alla nascita, o acquisita, nel qual caso compare in epoca successiva. Ne esistono di molti tipi e, attualmente, vengono suddivisi in emoangiomi o angiomi immaturi, e malformazioni vascolari.

“Spesso gli angiomi sono congeniti e appaiono dalla nascita, ma sia chiaro: i desideri della mamma in gravidanza non c’entrano nulla”, dice Emilio Berti, professore ordinario di dermatologia all’Università di Milano Bicocca. “Che spunti una chiazza rossa sul neonato perché la gestante voleva mangiarsi le fragole è un’assurdità scientifica! Contraddetta, tra l’altro, dal fatto che alcuni angiomi possono manifestarsi anche in età avanzata. La maggior parte di queste anomalie vascolari dei bambini, comunque, svanisce entro i dieci anni di età”.

Tutte queste macchiette vanno lasciate stare e non c’è alcuna terapia da seguire. Interessante è invece conoscere come si formano. Queste anomalie risalgono alle prime settimane successive alla fecondazione. Nell’embrione i vasi sanguigni iniziano a formarsi già alla terza settimana di gravidanza, dando origine a un gruppetto di cellule dalla forma appiattita chiamate angioblasti. Successivamente gli angioblasti si uniranno dando origine ai vasi sanguigni. Il tutto è bilanciato biologicamente da meccanismi che stimolano e frenano la produzione dei vasi. Quando il meccanismo non è ancora ben regolato ecco che compaiono nel neonato dei vasi capillari di troppo, che formano appunto le macchie.

Si calcola che almeno un neonato su tre presenti, al momento della nascita o nelle primissime settimane di vita, una qualche, seppur minima, anomalia vascolare. Nella maggior parte dei casi, dopo un primo periodo di veloce crescita della durata di alcuni mesi (3-6 mesi), queste macchie tendono a regredire fino a scomparire e nella fascia di età tra i 3 e i 6 anni quasi tutti gli angiomi di solito spariscono spontaneamente senza lasciare traccia (verso i 3 anni i meno estesi, verso i 6 anni i più grandi).

Le sintomatologie temporanee neonatali sono diverse e possono essere più o meno gravi, transitorie o croniche. Tra queste abbiamo per esempio l’ittero fisiologico, ovvero la colorazione gialla della pelle del neonato, dovuta a un eccesso di bilirubina nel sangue, che ancora il fegato del piccolo non riesce a smaltire bene. E poi c’è la crosta lattea sulla testa e la normale desquamazione della pelle del neonato, che si può trattare massaggiando delicatamente olio di mandorle dolci sulla pelle. Le fontanelle, ovvero le zone molli del cranio (suture craniche) che non si sono ancora chiuse e trasformate in tessuto osseo (lo faranno entro il quarto mese di vita), che si notano maggiormente nei bambini che hanno capelli chiari. Le vescicole sul labbro superiore, dovute alla suzione, che possono apparire e scomparire in ogni momento senza che sia necessario intervenire.

Esiste tuttavia una spiegazione scientifica anche alle irrefrenabili voglie delle gestanti: gli estrogeni prodotti dalla placenta durante la gravidanza rendono le future mamme tese e ansiose, favorendo così l’insorgere delle cosiddette “spinte compulsive”. Accade quindi che la donna incinta si butti su cibi che di solito evita, lasciandosi guidare improvvisamente da pulsioni che fino a quel momento erano rimaste silenti.

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